24 aprile 2009

Qualcuno sta uccidendo quegli stupidi animali

 
  "Tutti i sogni che abbiamo imparato" è una raccolta di racconti, ambientati tra Reggio Emilia e Dublino, spaziando tra uffici, centro città, periferie industriali. I racconti sono legati uno all'altro, e tracciano la storia dell'evoluzione - così dichiara il protagonista - di Alex, un quasi trentenne alle prese con amore, lavoro, amicizie. Le diverse storie conservano una loro autonomia, mettendo a fuoco singoli episodi e svolgendosi tra ironia e rabbia, passione e cinismo; tutte però unite infine dalla ricerca di un nucleo, di una sostanza ultima, di un sogno.


La raccolta di racconti può essere acquistata presso Edizioni Creativa - su www.edizionicreativa.it

 




Mercoledì

Qualcuno sta uccidendo quegli stupidi animali. Qualcuno ha avvelenato i piccioni. Stanno morendo in maniera orribile: si è sparsa la voce che qualcuno abbia lasciato dei mucchi di cibo per uccelli in Piazza San Prospero e in Piazza Prampolini, cibo avvelenato. Lunedì e martedì c’erano mucchietti di cibo nelle piazze del centro; tutta la città ha assistito al banchetto degli animali. I piccioni scacciavano gli uccelli più piccoli, beccavano freneticamente il cibo senza curarsi di nulla, anzi, gettandosi praticamente sotto i piedi dei passanti, per conquistare un altro ghiotto boccone. Animali ingordi, i piccioni.
Oggi i piccioni hanno cominciato a morire. Questa mattina gli ambulanti del mercato, arrivati presto, li hanno trovati a terra nelle piazze, negli angoli: le piume grigie erano più opache del solito. I becchi e gli occhi aperti, morti o morenti. Non erano tantissimi, quaranta o cinquanta in tutto, ma sembravano troppi per lasciarli lì a terra in un giorno di mercato. Hanno fatto presente la cosa in Comune, il Comune ha mandato un paio di netturbini perplessi a ripulire le piazze dai piccioni morti. Dicono che a terra ci fosse ancora cibo per i piccioni, ma che quasi nessuno degli uccelli ne mangiasse.

I netturbini hanno raccontato al ragazzo della bancarella che i piccioni stavano appollaiati sui davanzali delle finestre, sui cornicioni, sui Leoni di S. Prospero; nessuno volava, osservavano le scope e le palette che raccoglievano piccioni morti.
— Devono comunque aver mangiato ancora, dice il ragazzo della bancarella.
Sono qui per la mia scorta di biancheria, la bancarella ha capi firmati a poco prezzo. Una volta a vendere era la madre, ora è il ragazzo, avrà forse ventuno o ventidue anni al massimo. Dice che sono animali stupidi, i piccioni, non hanno capito nulla dall’osservazione dei cadaveri dei loro simili.
In qualche modo hanno mangiato ancora: per ora di pranzo i piccioni morivano a centinaia sui davanzali, sulle statue dei Leoni e sui gradini della chiesa. Il ragazzo era andato a vedere in Piazza Prampolini: accadeva lo stesso, c’erano piccioni morti davanti al Duomo, nell’acqua della fontana del Crostolo, sulle finestre e sotto il portico del palazzo comunale. I netturbini sono tornati, cercavano di ripulire le piazze e bestemmiavano contro di quelli che, trovandosi un piccione morto sul davanzale, lo facevano cadere di sotto, dove si sfracellava obbligandoli a pulire con acqua e schiuma disinfettante.
Piccioni morti ovunque, questo pomeriggio, mi racconta il ragazzo della bancarella. Alla fine dal Comune hanno dovuto mandare un’intera squadra di netturbini e molti hanno tolto le bancarelle, abbandonato il mercato. Erano venuti anche i Carabinieri, avevano perlustrato le due piazze, scattato fotografie, raccolto in sacchetti di plastica trasparente qualche piccione e campioni del cibo avvelenato.


Giovedì

La mattina seguente sono entrato in ufficio e c’era solamente Tony, che teneva i gomiti appoggiati sulla scrivania ai lati di un bicchierino di carta, posato esattamente al centro. Il bicchierino conteneva evidentemente caffè caldo, Tony teneva la testa tra le mani e osservava sospettoso il caffè marroncino. Tony ci ha messo il tempo di una porta chiusa con forza, la mia borsa poggiata rumorosamente a terra, e un colpo di tosse, per alzare lo sguardo su di me.
— Buongiorno, — saluto. — Che succede? — chiedo, indicando la tazza di caffè, presumo ormai freddo.
— Eh, buongiorno, — dice Tony. — Sai chi ha avvelenato i piccioni? — mi domanda.
Ho in mano l’edizione catto/fascista del giornale locale – penso che sia la prima volta in vita mia che lo acquisto. Dico: — Qui accusano il Comune, — rispondo. — Dice che i Carabinieri hanno stabilito che fosse mangime per cigni. Gli unici cigni qui in città sono quelli dei Giardini Comunali... veniva dai Giardini, nessuno si spiega come sia arrivato in piazza. Probabilmente era scaduto, avariato o tossico.
Tony smette di guardare dentro il caffè, lo sposta in un angolo della scrivania con un movimento prudente: — Era cibo destinato ai cigni. Forse volevano uccidere i cigni? Qualcuno due notti fa ha fatto irruzione nel gabbiotto del Comune ai Giardini... hanno rubato degli attrezzi da lavoro e niente di più. Lo dice qui, – mi mette sotto il naso un appunto scritto a mano dal Dott. Carletti, il nostro superiore.
Sottolineato dal dito di Tony: — Sostituire il lucchetto del gabbiotto dei cigni ai Giardini / rotto — e subito sotto: — Chiamare la cooperativa Reggio Foglia / far rimpiazzare gli attrezzi.
Non riesco a collegare i due fatti in modo lineare: — Perché dici che volevano uccidere i cigni? Chi vuole uccidere i cigni?
— Non so chi li voglia uccidere, so che due giorni fa è stato rubato del cibo per uccelli, che qualcuno l’ha mischiato con il veleno e l’ha sparpagliato per la città. E il Comune tiene nascoste queste informazioni. Preferiscono far credere che fosse solamente cibo avariato. È un indizio più che sufficiente di un comportamento sospetto, vogliono insabbiare qualcosa.
Tony mi guarda: — Ho già inviato un fax ai Carabinieri con una copia del foglio, e adesso che sei arrivato posso andare a portargli l’originale. Sono ansiosi di verificarlo. Volevano addirittura mandare una pattuglia quando ho detto che non potevo lasciare l’ufficio finché non saresti arrivato tu. Lo sai che la notizia dello scasso non era sui giornali e non era stata sporta denuncia?
— Tony, — dico: — Te ne vai e mi lasci confuso.
— C’è poca confusione... perché mai avrebbero dovuto chiedere a noi due, che siamo l’Ufficio Stampa per il Turismo, di far sostituire il lucchetto del gabbiotto del parco? Perché dovremmo chiamare noi la Reggio Foglia? Stanno cercando di confondere, di insabbiare, ma questa Giunta dell’Intrigo Borghese con me ha chiuso. Porto il foglio ai Carabinieri, e sono inchiodati.
Mentre parla s’infila la giacca, poi esce dall’ufficio lasciandomi confuso e gli invidio un po’ della sua travolgente passione per il complotto.
Rientra immediatamente e fermo sulla porta mi dice: — Io non berrei niente qui dentro, nei prossimi giorni, nemmeno il caffè. Faccio fatica anche a fidarmi dell’acqua del rubinetto. — Poi sparisce.
Quando ritorna in ufficio, due ore dopo, non fa commenti sulla visita ai Carabinieri e non risponde alle mie domande. Semplicemente scuote la testa con l’aria di chi la sa lunga. Mi chiede solamente di non dire nulla al Dott. Carletti – che comunque è a casa in malattia.

Alle sei e cinque di sera esco dall’ufficio, l’edicola in piazza è ancora aperta. Non è giorno di mercato, niente pettegolezzi alle bancarelle, e comunque è troppo tardi. Controllo i quotidiani locali, nessuno che faccia menzione della morte dei piccioni, a parte quello che ho acquistato questa mattina. Guardo il vecchio giornalaio, gli chiedo allegro: — Novità?
Lui mi guarda perplesso: — Novità di che?
Gli indico l’Apecar dei netturbini in un angolo. — Piccioni, — dico, — Li han raccolti tutti?
Il giornalaio si stringe nelle spalle: — Mo’, so’ io... tanto parlare per due uccelli morti.
Gli chiedo speranzoso, mentre prendo una copia di una rivista di musica: — E di cosa si parla tanto? Cosa si dice?
— Mo’, so’ io... Son tutti lì a chiedersi cos’è stato... sarà stato uno scherzo balordo di qualcuno che ha messo del cibo avvelenato, sarà stato, o magari una malattia... Ne ho visti degli episodi così, io, stando qui. Cos’è poi tutto questo stupore...
Io gli domando, perplesso: — Ha già visto i piccioni morire così?
— Mo’ seh... — annuisce. — Ogni dieci o dodici anni van giù così, mo’ almein al pòrten mìa dal malatii.
Prende i miei soldi, ed io vado verso l’Apecar dei netturbini, con il nuovo giornale arrotolato in mano come un bastone. I piccioni muoiono così ogni dieci o dodici anni? Io non ricordo che nulla del genere sia accaduto. Mentre mi avvicino all’Apecar dei netturbini noto un’Alfa blu dei Carabinieri posteggiata nel vicolo vicino. C’è un Carabiniere seduto dentro che legge il giornale, l’altro non è in vista. Il netturbino è appoggiato alla portiera dell’Apecar e mi getta un’occhiata mentre mi avvicino: — Che vuoi? — mi chiede, con accento pesante.
Sembra slavo, ha dei denti pessimi. Faccio un mezzo sorriso e gli chiedo, con fare complice: — Ma cos’è successo? Cos’è successo ai piccioni?
— Non so... — dice lui con una smorfia. — Oggi mi hanno fatto stare qui nella piazza tutto il giorno a raccogliere piccioni... anche se ne sono morti in dieci forse.
— E loro?
Il netturbino non si volta nemmeno verso la macchina dei Carabinieri: — Non so... controllano. — Poi si volta, prende dal cassone dell’Apecar una grossa scopa e una paletta. — Devo andare, — dice.

Mentre cammino verso il parcheggio in cui ho lasciato la bicicletta, passo davanti alla Biblioteca Comunale. È aperta per almeno un’altra mezz’ora. Vado dal primo impiegato che trovo e gli chiedo dove tengono i giornali degli anni passati, mi dice che sono al piano di sopra ma la consultazione ha chiuso alle cinque.
Lo ringrazio e vado a dare un’occhiata veloce alla letteratura della città, ma non ci sono titoli che suggeriscano alcuna parentela con la strage di piccioni. Prendo a prestito un libro di fotografie e un’altra autocelebrazione delle recenti Giunte di centrosinistra, ma esco con poco entusiasmo. A casa sfoglio i libri senza trovare niente, mangio dei cracker davanti al computer mentre continuo a buttare in Google "piccioni e Reggio Emilia" senza ottenere alcun risultato degno di nota.
Telefono a Riccardo mentre mi preparo un’insalata veloce, gli chiedo se si ricorda di piccioni morti dieci o dodici anni fa. Mi domanda cordialmente di che cazzo sto parlando, gli spiego dei piccioni – non ne sapeva nulla. Si dichiara sostanzialmente disinteressato, e no, non si ricorda di altre strani morie di piccioni in passato. — Ma, — dice, — Ci sono probabilmente tante altre cose che non ricordo proprio, di quando avevo venti o ventidue anni...
Dopo aver parlato con Riccardo, chiamo il Dott. Carletti sul numero di casa. Mi scuso per averlo disturbato, per di più a ora di cena, ma poiché è a casa in malattia volevo informarlo che l’indomani mattina avrei preso mezza giornata di permesso. Mi dice che oggi ha ricevuto la visita di un paio di Carabinieri; sono andati da lui a causa del foglietto portato da Tony, stanno cercando di collegare le due cose. Mi chiede cosa ne sapevo io.
— Tony mi ha mostrato il foglio, — rispondo, e mento: — Non sapevo che l’avesse portato ai Carabinieri. Onestamente non ho le idee chiare su questa faccenda.
— Ma domani ti prenderai mezza giornata per andare in biblioteca, — dice, — Vai a studiare i piccioni?
— Vado a leggere dei vecchi giornali, — ribatto. — Il giornalaio dice che la strage di piccioni è un evento ciclico che si ripete ogni dieci o dodici anni... Nessuna teoria del complotto, per me.
Il Dott. Carletti ride: — Per tua informazione, quell’appunto non era per Tony. L’ha trovato sulla mia scrivania, erano disposizioni che l’Assessore mi aveva passato per Marini, quello della manutenzione. Non gliele avevo consegnate perché sono stato a casa in malattia e perché non sono il cazzo di segretario né di Marini, né dell’Assessore, — sbotta. Poi si calma: — Prendi la mezza giornata e vai a leggere dei piccioni, — mi dice, — Nessun problema. — Quella dell’Assessore e di Marini mi sembra una scusa complessa ma credibile, riaggancio il telefono e resto perplesso.


Venerdì

Venerdì mattina dopo mi alzo presto, faccio una lunga doccia e prendo un caffè amaro nel bar di fronte alla Biblioteca. Leggo tutti i quotidiani del giorno: i catto/fascisti confermano che il mangime fosse cibo per cigni, ma i Carabinieri escludono assolutamente che sia la fonte dell’avvelenamento. Tutti i campioni di cibo raccolti erano assolutamente atossici. Un altro quotidiano riporta semplicemente il dettaglio del cibo per cigni, probabilmente rubato qualche giorno prima nel gabbiotto dei Giardini Comunali, da sconosciuti. I due eventi potrebbero curiosamente non essere collegati. Fumo una sigaretta scroccata a uno degli studenti, prima di entrare. Tengo il cellulare spento per tutta la mattina, frugo un po’ a caso nei quotidiani di dieci, dodici anni fa senza trovare nulla. Uso un sistema elettronico, su uno dei computer della sala, che permette di visualizzare una scansione ad alta definizione di tutte le prime pagine dei quotidiani archiviati.
Per un’ora resto incollato al monitor finché non mi bruciano gli occhi: ho sfogliato quasi tre anni interi del principale quotidiano locale, ma niente piccioni. Chiedo a uno degli archivisti se hanno un sistema di ricerca per parole chiave, ma mi spiegano che solamente gli articoli principali sono indicizzati. Provo a cercare comunque piccioni, e a verificare in archivio le poche copie suggerite dai risultati della ricerca, ma senza successo.
Mi siedo in una poltroncina, guardo l’orologio, è passato mezzogiorno ormai. Scendo fuori, entro dal tabacchino e compro un pacchetto di sigarette e un accendino. Mi siedo sui gradini della chiesa di fronte all’ingresso della biblioteca, cerco invano di farmi venire in mente un criterio. Non posso continuare a cercare a caso.

Guardo l’ora, è mezzogiorno e mezzo ormai. Vado a controllare ed hanno già chiuso la saletta di consultazione, riapriranno dalle due alle cinque del pomeriggio. Si sta facendo tardi e nella fretta della mattinata non sono nemmeno passato dal mercato.
In piazza San Prospero alcuni stanno già smontando le loro bancarelle. Gli ambulanti abbassano con prudenza i teloni per paura che un piccione morto gli caschi addosso.
— Uno spettacolo ridicolo, — dice il ragazzo della bancarella della biancheria, — Ci sono morti i piccioni addosso e nessuno ci riesce a spiegare perché.
Prende tre paia di calze, in una calza infila un sacchetto di marijuana, mette le calze in una piccola borsa di plastica e sopra due paia di boxer.
— Sono duecento euro, — mi dice. — Duecento dieci, due e quindici con boxer e calze. — Chiude il sacchetto e intasca i soldi che gli porgo. Riapre il sacchetto e tira fuori i boxer, me li mostra: — Guarda qui, — indica con il dito lo etichetta. — Sono boxer di Calvin Klein. Li pago due euro al paio dai cinesi, a te li vendo a cinque.
Mette i miei soldi nella tasca dei pantaloni, tira fuori una sigaretta e l’accende, poi agita di nuovo i boxer: — Alle donne che vengono a comprare i boxer al marito, al fidanzato o al figlio, riesco a venderli anche a otto euro al paio, è cotone vero, il marchio sembra vero, eh? — Da un tiro profondo alla sigaretta, io la osservo e lui mi fa: — Ne vuoi una? — tira fuori il pacchetto e mi porge un’altra sigaretta.
Mentre la accendo, lui continua a spiegare: — Ai ragazzini invece, quelli che vengono qua tutti vestiti firmati, li vendo anche a quindici euro al paio. Ragazzini scemi... sono tutti una posa... pensano di aver fatto un affare... Scemi, con i loro pantaloni da duecento euro, le scarpe da trecento e le giacche da quattrocento euro... Cosa c’hanno, al massimo quindici anni? Vanno a scuola e i genitori li vestono così?
Lui di anni ne avrà al massimo ventuno, ventidue.
— Lo so cosa pensi, — mi dice, indicandosi, — Che anch’io sono vestito firmato. Ma questo è il mio lavoro, io ho una bancarella, vendo roba firmata. Io questa roba che c’ho addosso la pago niente dai cinesi, è tutto marketing il mio. E comunque io lavoro, e mia madre non mi ha mica tirato su così, a me.
Mi indica con la testa un gruppo di ragazzini in arrivo, dall’altro lato della piazza: — Guarda, — dice. — Sono cresciuti cattivi, molto più cattivi di noi, questi... Quando vengono qua e tirano sul prezzo non lo fanno mica per risparmiare, non lo fanno mica perché la merce non è di qualità... Lo fanno solo perché inconsciamente cercano di farmi guadagnare meno, perché sanno dentro di loro che per salire dovranno schiacciare gli altri...
Alla fine mi allunga la borsina di plastica con boxer, calzini e marijuana, dice: — Allora, sono duecentocinquanta per la maria, quindici di boxer e calze... Duecentosessantacinque in tutto.
— Ti ho già dato i soldi, — gli dico. — E per la maria erano duecento.
S’infila la mano in tasca, tocca i soldi, dice: — Hai ragione... Allora ciao, e salutami Riccardo.
Io salgo in ufficio e c’è Tony che mi guarda in silenzio, non mi dice una parola per almeno mezz’ora. Siamo d’accordo con il Dott. Carletti per fare, il venerdì, l’orario continuato, di modo poi da uscire non più tardi delle cinque. Uno di noi esce e va a prendere il pranzo per tutti: sei pizzette a La Piola, roventi e squisite. Oggi toccherebbe al Dott. Carletti, ma poiché è a casa malato ed io ci sono stato lo scorso venerdì, ne consegue che sia il turno di Tony. Mi chiedo se sia andato o no a La Piola, se magari abbia preso la pizza anche per me, mentre io ero tra biblioteca e mercato. Capace di essersele mangiate tutte lui, le pizze. Alle due e mezzo si alza in piedi, spazientito, e dice: — Vado a La Piola, ti porto qualcosa?
Quando torna mi porge le mie pizzette: — Non so se posso fidarmi di te oppure no... — dice.
Io guardo la pizzetta che sto per mordere: — Di questi tempi, posso fidarmi a mangiare la pizza che mi hai portato?
Lui non ride e dice: — So che alla fine hai simpatie riformiste, tu. Sei troppo incline al compromesso, e di chiara origine cattolica.
Mi chiedo se sappia della mia telefonata con il Dott. Carletti o delle mie ricerche di questa mattina. Rimane appoggiato alla mia scrivania, a scrutarmi mentre mangio la pizza, e la cosa mi mette chiaramente a disagio. Gli dico di piantarla con quest’atteggiamento indagatore, da detective del mistero. Lui fa un sospiro e si stacca dalla scrivania, ma rimane in piedi di fronte a me armeggiando con il cellulare.
— Chiara? — dice nel telefono, — Ciao, sono Tony... sì, quello dell’Ufficio Stampa per il Turismo... volevo parlarti per quella storia dei piccioni morti...
Pausa di silenzio, io lo guardo e lui fa sì con la testa, a me o a questa Chiara, non saprei, e dice: — Sì, magari vediamoci da qualche parte, non parliamone al telefono... Via Farini, certo... Tra mezz’ora. Allora ciao, e grazie... No, grazie a te, a tra poco.
Riaggancia, chiude il telefonino con uno schiocco. Mi guarda e mi dice: — Ovvio che il Dott. Carletti non deve sapere nulla nemmeno di questo. Per far filtrare un po’ di verità, devo rivolgermi al quotidiano degli avversari, non ho scelta.
Rientra appena prima delle cinque, gli chiedo com’è andata e lui dice che ci sarà un articolo domani mattina, sul giornale catto/fascista. È di umore cupo e scontroso, si rifiuta di raccontare nei dettagli e dice semplicemente: — Sono compromessi anche loro, aderiranno alla versione ufficiale.


Sabato

Sabato mattina mi sveglio presto, contrariamente alle abitudini, per acquistare il quotidiano catto/fascista. In prima pagina comincia l’articolo di Chiara.

Sono stati arrestati ieri mattina i responsabili della misteriosa moria di piccioni che ha colpito negli ultimi giorni la città di Reggio Emilia. Trattasi di A.R., 28 anni, originario di Modena, e di C.S., 22 anni, di Torino, residente a Modena da diverso tempo. Nella cantina di A.R. gli uomini del locale Comando dei Carabinieri hanno rinvenuto diversi sacchi di mangime per uccelli e un ingente quantitativo di lassativo.
I piccioni, ha spiegato il Tenente dei Carabinieri Gianni Rosati, che collabora con la Polizia Scientifica, sono morti con ogni probabilità a causa dell’indigestione causata dalla sovrabbondanza di cibo somministrato dai due accusati. La Polizia Scientifica aveva escluso già nei giorni scorsi la possibilità che il cibo avesse causato negli uccelli alcuna forma di avvelenamento. La presenza del lassativo nel mangime, inoltre, non ha causato alcun effetto sugli uccelli il cui sistema digestivo è sostanzialmente differente da quello umano. È stata così risparmiato a Reggio Emilia, perlomeno, l’imbarazzo di centinaia di piccioni scacazzanti, anche più del consueto, per le piazze.
Secondo la ricostruzione dei Carabinieri, avvallata dalla confessione resa dopo l’arresto da parte del più giovane dei due accusati, A.R. e C.S. si erano recati a Reggio Emilia nella notte tra domenica e lunedì scorsi, dove avevano trafugato il mangime per gli uccelli da un capanno degli attrezzi di proprietà del Comune, che sorge all’interno del parco dei Giardini. I due giovani avevano poi mescolato il mangime con il lassativo, somministrandolo nelle piazze ai piccioni di Reggio Emilia, nelle giornate di lunedì e martedì, aumentando progressivamente le dosi di cibo e la percentuale di lassativo, alla ricerca dell’effetto (testuali parole di C.S. come riportate nel verbale) "pioggia di m.".
Nella giornata di mercoledì, A.R. e C.S. erano ritornati a Modena, sicuramente delusi per non aver ottenuto sugli uccelli l’effetto desiderato. I Carabinieri di Modena erano stati allertati nella giornata di mercoledì, dopo che a Reggio Emilia erano state verificate le immagini raccolte dalle telecamere di videosorveglianza delle zone limitrofe al parco dei Giardini. Nelle giornata di giovedì i Carabinieri hanno posto in atto una tradizionale opera di sorveglianza dei due sospetti, in attesa del mandato a procedere. All’alba di venerdì sono scattate le manette, seguite poche ore dopo dalla confessione resa da C.S., che ha chiarito il movente del peculiare gesto di crudeltà nei confronti degli animali. La somministrazione ai piccioni di Reggio Emilia del mix di mangime per uccelli e lassativo, è stata secondo le parole di C.S. un collaudo della mistura volta a ottenere da parte degli uccelli stessi il citato effetto "pioggia di m.". Obiettivo finale del "bombardamento" sarebbe invece stata, previa somministrazione ai piccioni del centro di Modena, il presidio organizzato da Forza Nuova per la giornata di oggi, in Piazza Grande.
I due sono ora accusati di violenza sugli animali, nonché di furto con scasso, dalla Procura di Reggio Emilia. Rischiano dai dodici ai diciotto mesi e fino a diecimila euro di ammenda.
L’accadimento – per quanto possa suscitare certamente un sorriso divertito da parte dei nostri pochi lettori del centrosinistra, e speriamo anche un minimo di pietà per i poveri piccioni – è indice della consueta intolleranza per qualsiasi manifestazione di un’opinione politica differente, nelle nostre città emiliane, tradizionalmente regno di politicanti di matrice comunista, sindacalista, e nostalgica. I nostri lettori di centrodestra invece, avranno riconosciuto nelle linee guida di quest’attacco criminale, peraltro sventato dal pronto intervento dei Carabinieri e dall’inettitudine degli accusati stessi, l’impronta di questo centrosinistra che per conservare il potere e zittire ogni voce di dissenso, non si fa scrupolo a sommergerla con una "pioggia di m.", avendo ormai per fortuna perduto la forza per far ricorso a forche giustizialiste o peggio ancora, deportazioni e gulag.
Nel prodigioso volume di testimonianze "Il libro Nero del Comunismo Emiliano", si trova traccia di simili attacchi [...]

Nessun commento:

Posta un commento