16 maggio 2009

Esperimento (2 di 5... credo)

Continua l’esperimento… intanto grazie per le risposte. Son state solo due, però positive. Ma soprattutto, son state due risposte di due bei pezzi di fanciulla, quindi valgono almeno doppio :-) Scrivetemi bellezze, scrivetemi!

La puntata precedente, qui.



La mattina seguente, Marco siede al tavolo dalla cucina indossando lo stesso completo del giorno prima. Sara si era dimenticata di andare in lavanderia a ritirare gli altri suoi vestiti, e così aveva cominciato la giornata litigando, e preparandosi a indossare giacca e pantaloni del giorno prima. Quando aveva guardato nell’armadio, aveva preso l’ultima camicia pulita e stirata, e forzato la voce in un tono dolce, chiedendo a sua moglie di passare in lavanderia quel giorno, e di stirargli almeno una camicia per l’indomani, venerdì. Avrebbe stirato lui le altre nel fine settimana.
“Però io lavoro tutta la settimana, cazzo,” pensa Marco, mescolando il caffè nella tazzina. “Almeno potrebbe farmi il santo piacere di farmi trovare le camice stirate, eh, almeno quello.”
Si è alzato e ha versato il resto del caffè della moca in un’altra tazzina. “Sara, il tuo caffè… È pronto il piccolo?”
La sua voce suona troppo brusca, allora Marco si alza e percorre il corridoio verso le camere, chiedendo di nuovo: “È pronto il piccolo?”
Questa volta il tono è allegro, si affaccia alla porta della stanza di Andrea, dove Sara gli sta facendo indossare la giacchetta sopra il grembiule blu della scuola.

“Andiamo ometto,” dice Marco, “Non vogliamo arrivare in ritardo a scuola e al lavoro, vero?”
“No, papà!” Andrea si lancia di corsa lungo il corridoio, per andare a infilare le scarpe nell’ingresso. Gli occorrono sempre almeno un paio di tentativi per allacciarsele correttamente.
Marco intercetta con un braccio Sara, mentre sta uscendo dalla stanza del piccolo. La bacia e le dice: “Il tuo caffè è pronto, bevilo o si raffredda.”
Lei risponde al bacio ma non all’abbraccio, e lui la lascia andare. Nel centro della cameretta di Andrea c’è la grossa scatola di plastica con tutti i Lego, e gli viene voglia di spaccarla con un calcio. La sera prima il piccolo non ha voluto giocare con lui, e quando Sara si è infilata a letto ha sospirato scocciata non appena lui l’ha sfiorata sotto le coperte. “Sono stanca,” gli aveva detto.
“Certo, con tutto quel correre avanti e indietro tra la lavanderia e l’asse da stiro,” pensa Marco.
“Sono pronto, papà!” grida Andrea dall’ingresso. Marco getta un’ultima occhiata verso la scatola dei Lego, e va a infilarsi le scarpe. Sara viene a salutarli sulla porta, bacia il piccolo e gli accarezza i capelli, poi sfiora appena le labbra di Marco con un bacio a metà tra la guancia e le labbra. Marco sente il sapore del dentifricio, ma non del caffè. Avrebbe potuto finirsela lui, la moca.
“Se non bevi il caffè, si fredda,” le dice. “Buona giornata.”
Lei chiude la porta dietro di loro. Nell’ascensore Marco lascia che sia Andrea a premere il pulsante per scendere a piano terra. Appoggia la mano sulle spalle del piccolo e lo abbraccia. “Allora,” gli dice, “Questa sera mi lasci giocare ai Lego con te? Ho in mente un’idea per una ruspa davvero eccezionale.”
Andrea non gli risponde; rimane appoggiato a lui ma senza dire nulla, mordicchiandosi le labbra e osservando i numeri che scorrono sul display sopra le porte dell’ascensore, mentre scendono. Mormora qualcosa, e Marco si rende conto che sta contando a ritroso i piani: “Tre… due… uno… terra.”
Marco è sorpreso, osserva il piccolo uscire dall’ascensore e tenergli la porta aperta. È uno di quei momenti in cui osserva suo figlio, e si rende conto che nemmeno con tutto l’amore del mondo potrà mai entrargli nella testa, capire esattamente che cosa il piccolo stia pensando, rassicurarlo, fargli sapere quando papà gli voglia bene.
Andrea è alto, per la sua età, e forte. Marco ne è felice; lui è sempre stato un po’ più piccolo, un po’ più basso dei suoi compagni, tante volte l’hanno preso in giro e trattato con prepotenza perché non poteva difendersi efficacemente. Due mesi fa Andrea ha litigato con un compagno di scuola, l’ha spinto e fatto cadere. Le insegnanti hanno parlato con loro, spiegato che sono episodi che possono succedere, ma che avrebbero fatto bene a parlare con Andrea, poi li avevano incoraggiati a telefonare ai genitori dell’altro bambino. Marco aveva telefonato, si era scusato, pensando fosse comunque tutta una cazzata.
Certe volte suo padre e sua madre avevano ricevuto le telefonate dei genitori di certi bulli che lo terrorizzavano a scuola, ma quelle telefonate non avevano mai messo la parola fine alle prepotenze. Erano scuse di rito, lui le conosceva bene, e con le stesse scuse di rito aveva placato le insegnanti, i genitori di quel ragazzino, e sua moglie Sara che avrebbe voluto punire Andrea.
Passata una settimana dall’incidente, Marco aveva parlato al piccolo. Gli aveva spiegato che doveva imparare a dosare la sua forza, che la prepotenza, come diceva anche la mamma, era un pessimo vizio.
“Ma non farti mettere i piedi in testa, piccolo,” aveva aggiunto. “Sei grande, sei forte, e stai imparando a cavartela da solo. Non devi aver paura di difenderti. Forse il tuo compagno di scuola ti aveva offeso, o ti aveva spinto per primo, o stava per farlo.”
Aveva appoggiato le mani sulle spalle del piccolo, e si era inginocchiato per guardarlo negli occhi: “Non lasciare che gli altri ti mettano i piedi in testa. Tante volte, nella vita, ti troverai a dover scegliere tra ferire o essere ferito. Non devi esitare, perché gli altri non esiteranno a ferire te, se ne avranno l’occasione. Se ti creano dei problemi, se ti senti in pericolo, devi colpire per primo.”
Poi l’aveva abbracciato, e aveva aggiunto: “Questi sono discorsi tra uomini. Non parlare di queste cose con la mamma, o con le maestre a scuola, d’accordo?”
Perso nei ricordi della chiacchierata con il figlio, Marco ha attraversato il parcheggio nel cortile del condominio, tenendo per mano Andrea. Ha aperto le portiere dell’Audi e disattivato l’allarme con il telecomando. Sempre in silenzio, il piccolo sale sul sedile posteriore, si allaccia da solo la cintura di sicurezza. Prima di chiudere la portiera, Marco pensa che forse è ora che Andrea sieda nel sedile accanto al suo. È alto abbastanza, ormai. La prossima volta che tornerà a casa con un bravissimo lo lascerà salire davanti.
“Merda!” pensa Marco, “Checcazzo?” Ha una gomma a terra, completamente sgonfia. A guardarla bene l’Audi A3 piega tutta da una parte. Marco s’inginocchia accanto al pneumatico sgonfio, “ma porca puttana!”
Attento a non toccare terra con i pantaloni e a non sporcarsi le mani, esamina la situazione. La mattinata perfetta, davvero, cominciamo bene. Si rialza, apre la portiera e dice ad Andrea: “Scendi, che devo cambiare la gomma.”
Apre il baule, si sfila la giacca e infila la cravatta dentro la camicia, tra due bottoni, per non averla tra i piedi. Indossa i guanti che usa per lavorare sulla macchina, e prende la ruota di scorta e il crick da sotto il pianale del baule. Rimane per un attimo in piedi dietro l’Audi, prende un respiro profondo che non lo calma, e già s’immagina a dover spiegare a quel deficiente del suo capo che è arrivato in ritardo per colpa di una gomma a terra. Forse sarebbe meglio telefonare subito in ufficio, e fare con calma, ma c’è anche Andrea da portare a scuola.
“Andrea, cazzo, ti ho detto di scendere dalla macchina!” urla al piccolo, che siede ancora al suo posto con la cintura allacciata.
Marco si sistema vicino alla gomma, gira la manovella finché il crick non è in posizione. Con la croce, allenta i bulloni della ruota sgonfia. Andrea è ancora seduto in macchina. “Che cazzo succede questa mattina? Vogliono farmi impazzire!” pensa.
Gira intorno all’Audi e apre la portiera, cerca di parlare con un tono di voce affettuoso. “Piccolo,” dice, “Abbiamo una gomma a terra. Vuoi aiutare il tuo papà a cambiarla?” Andrea non sembra particolarmente interessato alla faccenda, ma slaccia la cintura e scende dall’auto. “Vieni che t’insegno, queste sono cose che un ometto deve saper fare.”
“Come i meccanici della Ferreri?” chiede Andrea.
“Esattamente come i meccanici della Ferrari!” esclama Marco.
“Forza che cambiamo questa cazzo di gomma e raddrizziamo la giornata,” pensa.


[continua qui]

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