17 maggio 2009

Esperimento (4 di 6 o 7 - mi sta sfuggendo di mano)

La puntata precedente, qui.


Per arrivare davanti a casa gli ci vuole quasi mezz’ora, e il peggio deve ancora venire. Esattamente dopo la rotonda davanti al condominio, la lunga colonna di auto in direzione di quel cazzo di incrocio, si blocca completamente. Marco rimane intrappolato tra la voglia di scendere e cominciare a mollare calci alle altre macchine e il disperato bisogno di fumare un’altra sigaretta. I minuti passano lentamente, strascicati a passo d’uomo, scalando tra la prima e la seconda marcia, senza mai nemmeno ingranare la terza.
Ripensa a quello stronzo del piano di sotto, che aveva cominciato a rompergli le palle già poche settimane dopo che avevano fatto trasloco. L’appartamento era costato una follia, ma almeno aveva un cortile privato con dei posti macchina comuni. Con quel che pagavano di mutuo, non avevano potuto permettersi un garage, ma il cortile poteva andare, per ora. Non la poteva certo parcheggiare per strada. I posti macchina nel cortile, però, non erano assegnati; la metà di questi erano diventati di fatto proprietà delle casalinghe. Rientravano il pomeriggio presto dal loro giro di spese e di chiacchiere, i posti liberi ad attenderle. Quelli come lui con un lavoro vero e un orario d’ufficio da rispettare non avevano speranze. Lui però teneva d’occhio queste cose: i movimenti delle macchine del condominio, gli orari degli altri inquilini, quando uscivano e rientravano dal lavoro.

Non gli erano serviti più di pochi giorni per individuare la Seat Ibiza dello sceriffo che faceva il turno di notte. La macchina spariva puntualmente alle sette e trenta, quasi ogni giorno. Così Marco aveva cominciato a rientrare appena più tardi, per prenderne il posto nel parcheggio del condominio. Uscendo un poco più tardi alla sera, poi, guadagnava giusto il tempo che gli occorreva per accompagnare Andrea a scuola, e il piccolo ne era entusiasta.
Spesso alla mattina vedeva la Seat Ibiza parcheggiata fuori in strada, vicino al cancello del condominio, quasi sempre in divieto di sosta. Ma quei bastardi dei poliziotti non lo multavano, lo sceriffo, formavano la loro cazzo di casta di stronzi in divisa. Le multe per divieto di sosta o eccesso di velocità le tenevano in serbo per le persone come lui, per quelli che si rompevano il culo lavorando, gli pagavano lo stipendio con le loro tasse, per farsi poi multare. In una città come la loro, dove c’erano in media tre furti al giorno, i poliziotti andavano in giro a dare le multe, quando non erano al bar a bere il caffè e a leggere il giornale.
Marco deve reprimere la tentazione di suonare il clacson per sfogare la rabbia che continua a montargli dentro e si accumula in crampi dolorosi ai polpacci e ai muscoli bassi della schiena. Distende le braccia in alto, spinge contro il tettuccio dell’abitacolo e si solleva dal sedile per allungare le gambe a lato dei pedali. La colonna accenna appena a muoversi e quello dietro di lui ha già suonato il clacson.
“Ma dove cazzo vuoi che andiamo, pezzo di merda!”
E se ogni mattina la Seat Ibiza era parcheggiata in strada, a ora di pranzo lo sceriffo scendeva e la spostava all’interno del cortile, sempre nello stesso posto. Esattamente il posto in cui Marco avrebbe poi parcheggiato la sua Audi A3, mentre lo sceriffo cominciava a pattugliare la zona industriale.
Circa tre settimane dopo il trasloco, una mattina Marco aveva trovato sul vetro dell’Audi un bigliettino, che diceva semplicemente “Questo posto è riservato. Non parcheggiare più qui”.
“Almeno avesse scritto: non parcheggiare più qui, grazie. Non parcheggiare più qui, per favore. Siete pregati di non parcheggiare qui, cortesemente non parcheggiate qui… Niente, un cazzo di buone maniere, niente. Come se il posto fosse suo. La sua Ibiza può parcheggiarsela nel…” aveva spiegato alla moglie.
“E non ha nemmeno firmato il biglietto. Cos’è, ha paura che possa rispondergli? Certo che ha paura di una risposta, perché lo sa benissimo che quel posto non è suo…”
Marco aveva continuato a parcheggiare nello stesso posto, finché un sabato mattina la guardia giurata non l’aveva incontrato nel cortile. Senza salutarlo, lo aveva apostrofato: “Tu sei quello dell’Audi.”
Marco si era sforzato di rimanere tranquillo, lo aveva lasciato parlare, spiegare, poi aveva semplicemente ribattuto: “I posti nel cortile non sono privati. Chiunque può parcheggiare dove trova libero.”
Lo sceriffo aveva insistito, palesemente irritato. Marco aveva osservato i grossi bicipiti con le vene in rilievo, il collo taurino, la camicia bianca tesa sui muscoli del petto. Non poteva arrendersi all’ennesimo prepotente che si credeva padrone del mondo perché era grosso e stronzo.
Erano in piedi davanti alla porta del condominio, Marco aveva già infilato la chiave nella serratura. Aveva immaginato la lite che sarebbe sicuramente scoppiata, lo sceriffo che a un certo punto estraeva la sua pistola, lui che gli bloccava il braccio, glielo piegava a forza fino a fargli puntare l’arma verso se stesso. Il dito di Marco avrebbe premuto su quello di lui finché… blam! Un colpo secco, un proiettile dritto in faccia. Legittima difesa. Un ignorante prepotente di meno, un parcheggio in più.
“I posti nel cortile sono di tutti,” aveva detto, rosso in faccia per il nervoso, ed era entrato. Senza sbattergli la porta in faccia, senza tenergliela aperta. Aveva premuto il pulsante per chiamare l’ascensore. Lo sceriffo non era entrato con lui, e Marco non sapeva come sarebbe andata a finire se l’altro l’avesse invece seguito. Ma non si erano incontrati per settimane, e pian piano si erano dissipate anche l’ansia e il timore di trovare una mattina l’Audi vandalizzata dalla furia ignorante della guardia giurata. Lo stronzo aveva incontrato sua moglie Sara, e chiesto a lei diverse volte di invitarlo parcheggiare altrove, ma solo una nevrotica come Sara poteva dare ascolto a quelle richieste petulanti.
Finalmente Marco arriva alla lavanderia, e la trova ancora aperta. La proprietaria, una donna di origine russa di mezza età, con un trucco orrendo sulla faccia, gli porge i suoi completi puliti e profumati, mentre si lamenta delle lunghe ore di lavoro che le tocca fare in lavanderia. Marco paga senza fare commenti. Quella ha il conto nella loro banca, e c’ha un bel coraggio a piangersi addosso, con i soldi che sta facendo con la lavanderia.
Mentre sale di nuovo in macchina, si ritrova a fantasticare a proposito della pistola. La pistola no, però la mazza da baseball…


[continua qui]

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