18 maggio 2009

Esperimento (5 di 7)

La puntata precedente, qui.

Marco entra in ascensore con Andrea, e si guarda allo specchio. Indossa un abito pulito, la camicia che si è stirato da solo questa mattina, e pochissimi residui di pazienza per cercare di arrivare a fine giornata. Grazie a dio è venerdì, si sistema la cravatta e appoggia a terra la cartella di Andrea, mentre l’ascensore comincia la sua lenta discesa. Gli sfugge un sorriso alla prospettiva del fine settimana in arrivo, sorriso che svanisce rapidamente al pensiero delle camice da stirare e di due giorni interi in compagnia di Sara, che è diventata intrattabile.
“Perché tu e mamma avete litigato?” chiede Andrea.
Marco si passa una mano tra i capelli in un gesto di stizza, poi si sfrega la faccia cercando di rilassare i muscoli del viso, contratti in una smorfia. Uno si rompe il culo tutti i giorni in ufficio, per cosa? Per prendere della merda anche a casa sua.
“Papà,” insiste Andrea, “Perché tu e la mamma avete litigato?”

Marco si china a raccogliere la cartella del piccolo, e gli apre la porta dell’ascensore. Mentre si dirige verso il portone, risponde senza guardarlo: “Tua mamma mi aveva promesso che avrebbe stirato le mie camicie, ma non l’ha fatto. Quando un papà lavora tutto il giorno, come me, ha bisogno che qualcuno a casa l’aiuti, non può fare tutto da solo…”
Marco si volta per osservare Andrea, che cerca di star dietro ai suoi lunghi passi e alla sua spiegazione, mentre attraversano il cortile. Scuote la testa e si ferma ad aspettarlo, gli dice:
“La tua mamma ha fatto una promessa che non ha mantenuto. Questo ha fatto arrabbiare il papà.”
Spera di avergli chiarito la faccenda.
“Tante volte, i grandi non mantengono le promesse,” dice Andrea. Ha il tono di una constatazione, non sta cercando di confortare Marco, né di giustificare il comportamento di sua madre.
Marco si inginocchia di fronte al piccolo: “Ma il tuo papà le mantiene sempre, vero?”
Andrea non risponde, volta la testa per non guardarlo in viso. Marco si rialza, e Andrea lo precede alla macchina. Marco si chiede cosa stia succedendo al piccolo, che ultimamente sembra sempre arrabbiato con lui. Anche ieri sera, Marco aveva dovuto quasi costringerlo a raccontare a Sara di come l’aveva aiutato a cambiare la gomma dell’Audi. E anche se pian piano Andrea si era appassionato e si era lasciato trasportare dal racconto, nel giro di pochi minuti si era rinchiuso nuovamente in un silenzio distratto.
Non gli era apertamente ostile, aveva pensato Marco, come non lo era stata Sara. Erano semplicemente distanti. “Sarà stata lei ad aizzarmelo contro… Resta in casa tutto il pomeriggio a lamentarsi… o magari il piccolo l’ha sentita parlare con un’amica, o ha ascoltato una delle solite telefonate-lamento che quella là fa a sua madre. Però questo atteggiamento deve finire o altrimenti io…”
Questa volte le gomme a terra sono due.
Entrambe le ruote di destra sono completamente sgonfie, e l’Audi è inclinata di lato. Andrea aspetta, in piedi di fianco alla portiera, che lui gli apra per farlo salire. Marco appoggia a terra la cartella del piccolo, chiude gli occhi e inspira profondamente: “Dio, fammi solo trovare il figlio di puttana che mi taglia le gomme… dio, fammelo trovare, fammelo trovare, fammelo trovare!”
“Andrea,” dice, “Abbiamo due gomme a terra, non vedi?”
Marco ha voglia di mollare dei calci, di spaccare qualcosa. No, non qualcosa, vuole spaccare la faccia a quello stronzo che lo perseguita. “Voglio sapere chi cazzo è stato a farmi questo!”
“Andrea,” dice, “Ovviamente non possiamo andare a scuola con due gomme a terra.”
Si sforza di non dire più nulla al piccolo. È così nervoso che ha paura di arrabbiarsi con lui. Si abbassa a controllare le gomme, ma non c’è poi niente da vedere. La gomma posteriore destra è a terra, completamente sgonfia, e così l’anteriore destra. C’è un chiodo nell’anteriore destra. C’è un grosso chiodo nella gomma, di lato, sulla spalla del pneumatico.
Il trucchetto del cazzo lo conoscono tutti, piantare il chiodo sulla spalla del pneumatico, lontano dal robusto battistrada. Certo, piantato lì il chiodo si vede subito, ma chi gli ha lasciato questo bel regalo di certo non si aspettava che lui potesse credere di aver forato, di nuovo, due gomme nell’arco di ventiquattro ore.
“Chi ha piantato il chiodo, voleva che lo vedessi.”
L’unica possibilità, ora, è di reagire con freddezza, senza farsi rovinare completamente la giornata. Marco vuole gestire il problema freddamente, non è altro che un paio di gomme bucate. Se lascia che la rabbia faccia il suo corso, la battaglia è perduta. “È questo che vorrebbe quel figlio di puttana del piano di sotto… perché chi altri potrebbe essere? No, no, io non perdo il controllo, no. Io adesso sistemo la faccenda. Poi mi procuro la mazza.”
Con una smorfia di fredda efficienza sul viso, estrae dalla tasca della giacca il cellulare, come estrarrebbe una pistola. Telefona a suo padre, gli da brusche istruzioni perché venga a prendere Andrea e lo accompagni a scuola, che lui ha un problema con l’auto. Niente di serio ma non vuol farlo arrivare troppo tardi.
Suo padre, che lavora nei pressi, ci metterà dieci minuti ad arrivare, non di più.
Marco chiude il cellulare: “E uno,” dice ad Andrea, ancora in piedi accanto alla macchina, in silenzio.
Riapre il cellulare con un gesto preciso del pollice, cerca nella rubrica il numero del suo amico meccanico, lo chiama. Gli spiega la situazione, cerca di attenuare l’indignazione dell’altro, che altro non fa che far crescere in lui una rabbia improduttiva. Chiede all’amico di mandargli il ragazzo che lavora in officina, con due gomme per l’Audi. Non vuole il carro attrezzi, sarebbe come finire in carrozzella. Vuole uscire dal cortile con la sua cazzo di Audi, a posto, e andare al lavoro come se niente fosse.
È lui il più forte. Quando arriva suo padre, Marco resta nel vago, fa salire Andrea in macchina. “Papà, lascia perdere,” dice, respingendo ogni tentativo di conversazione che sconfini dal semplice impartire istruzioni. “Adesso porta il piccolo a scuola, è tutto sistemato. Il meccanico sta venendo qui con due gomme. Le cambio, vado a lavorare, non è successo nulla.”
Dopo aver sistemato Andrea con il nonno, Marco fuma una sigaretta nel cortile, aspettando il ragazzo dell’officina. Questi arriva rapidamente, con le gomme buttate sul sedile della Panda 4x4, grigia e ammaccata, che il meccanico usa per i suoi interventi su strada. Insieme, cambiano le gomme, e Marco lascia che il giovane si prenda le tre gomme bucate e le carichi sulla Panda. Il ragazzo dice che lo chiamerà questo pomeriggio, dopo aver controllato le gomme, ma se son state tutte bucate con un chiodo saranno da buttare…
Marco sorride e lo rispedisce in officina. Poi, prima di andare al lavoro, scende in cantina. Ci mette pochi istanti a trovarla, la prende in mano e ne saggia la resistenza picchiettandola contro il palmo della mano, poi la sbatte con forza sul piano del tavolo da lavoro, e caccia un urlo. Gli fanno male le braccia per il contraccolpo, ma la sensazione dell’impugnatura solida della mazza da baseball stretta tra le mani, lo colma di piacere.

[continua qui]

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