24 maggio 2009

Esperimento (7°, e ultimo)

Questa è l’ultima puntata… Intanto grazie a chi ha avuto la pazienza di leggersi il racconto un pezzettino alla volta… fatemi sapere cosa ne pensate (e sono graditi suggerimenti per il titolo!).
La puntata precedente, qui.

Quando entra in casa va nella cameretta a salutare Andrea, e il piccolo gli tiene ancora il broncio da questa mattina. Sara è altrettanto gelida, e Marco si rende conto che sarà la cosa più semplice del mondo proseguire nell’attuazione del suo piano di vendetta. Durante la cena, e dopo aver messo a dormire Andrea, lascia cadere qualche osservazione apparentemente casuale sul disordine in casa, a proposito della camicie da stirare, parla dell’ufficio e calca un po’ la mano sul fatto che in casa, sembra essere lui l’unico a lavorare. Non deve nemmeno lavorare troppo di fantasia, perché ultimamente sua moglie sembra davvero non aver voglia di fare un cazzo.
Finalmente Sara reagisce, vola qualche parola pesante, e sua moglie va a chiudersi in camera. Lui la segue, ma solo prendere il suo pigiama e una coperta dall’armadio.

“Dormo sul divano,” le dice.
Si sistema in salotto, guarda un po’ di televisione ma si stanca in fretta dei soliti programmi stupidi, quiz, gente coi soldi, un branco di deficienti su un isola tropicale che piangono e soffrono e fanno scene per un pubblico altrettanto deficiente. Non c’è poi da sorprendersi che il paese stia cadendo a pezzi, se questo è il livello medio di intrattenimento. Va avanti e indietro sui canali sportivi, ma non trova niente di interessante, solo delle gran chiacchiere a proposito del campionato, una partita di bigliardo, gente che gioca a poker in un casinò di Las Vegas.
“Ma perché cazzo io dovrei voler guardare questi stronzi che scommettono su una mano di poker quel che io guadagno in un mese?” pensa. Fa fatica a prender sonno, cambia canale di nuovo e trova la replica di una partita della scorsa settimana. Il calcio è meglio dei soliti deficienti che parlano di calcio. Azzera il volume e pian piano si addormenta.
Il cellulare accanto alla sua testa suona e vibra. Ha il volume al minimo, ma è abbastanza per svegliarlo dal suo sonno agitato. Lo spegne immediatamente, e rimane sdraiato immobile sul divano, nel salotto illuminato dalla televisione. È notte fonda, le tre e mezza precise. Conta mentalmente fino a trecento, e un paio di volte sta per riaddormentarsi. Non deve dormire, deve agire: questa è la notte giusta, con l’Ibiza parcheggiata in cortile e lo stronzo del piano di sotto che non lavora.
Quando è sicuro che Andrea e Sara non abbiano sentito nulla, si alza dal divano, e si toglie il pigiama. Si veste in fretta, si sente la testa pesante e un nodo allo stomaco. La tensione è insopportabile, va in bagno e piscia, tiene la porta chiusa e cerca di fare il minimo rumore possibile. Chiude il coperchio del water senza tirare lo sciacquone, poi si lava sommariamente le mani e la faccia.
Quando arriva alla porta, controlla due volte di avere le chiavi di casa, della macchina e della cantina. Torna indietro a prendere il cellulare, lo infila in tasca, fa un respiro profondo ed esce sul pianerottolo. Scende le scale, non usa l’ascensore perché ha paura che il minimo rumore potrebbe svegliare Sara o Andrea o qualcuno dei vicini.
Nonostante la tensione stia tramutandosi lentamente in vera e propria paura, scende nei sotterranei. Apre la porta della sua cantina, prende un paio di grossi chiodi e il martello, e li infila nella tasca posteriore dei pantaloni. Spegne la luce della cantina, ma lascia la porta aperta. Risale un piano di scale, si ritrova nell’ingresso del palazzo.
“Hai preso abbastanza merda,” si dice, “È ora di fargliela pagare, a quel bastardo!” Con la mano sulla maniglia del portone, nel buio della notte, si aggrappa al ricordo della rabbia che lo ha perseguitato in questi giorni.
Apre la porta e attraversa il cortile. Getta solo un’occhiata alla Seat Ibiza, cammina fino al cancello e esce in strada. Una volta fuori dal cortile del condominio si sente più tranquillo, e lentamente guadagna coraggio. Per strada non c’è nessuno. Arrivato alla sua Audi apre la portiera, infila il martello e i chiodi nel sacchetto sul sedile, con l’acquisto del pomeriggio, ed è pronto. Apre il baule e prende in mano la mazza da baseball, e si ferma. Questo dettaglio gli era sfuggito: l’attrezzatura è nel sacchetto, ma non riesce a farsi venire un’idea per nascondere la mazza da baseball. È troppo grande per il sacchetto, e non può mettersi a camminare per strada con una mazza in mano. Non può correre il rischio di dare nell’occhio, anche se è notte fonda.
Ma la mazza è indispensabile: se qualcosa dovesse andare storto, deve potersi difendere. Alla fine getta un’occhiata nervosa alla strada, non c’è nessuno in vista, le luci delle case sono spente, non una macchina in giro… Prende la mazza dal baule, e la infila di lato dentro i pantaloni. L’impugnatura rimane fuori dalla cinta dei pantaloni, la copre con la maglietta, e chiude la macchina. Con il sacchetto in una mano, e l’altra mano sul fianco a tener stretta la mazza, cammina rapidamente verso il condominio. Deve tenere la gamba distesa, la mazza scende più in basso del ginocchio, e gli sembra di zoppicare.
Pensa per un istante di tornare alla macchina, ma sa bene che se dovesse tornare indietro, finirebbe per gettare tutto quanto nel baule, e se ne andrebbe a dormire. L’odio per questi pensieri da vigliacco è più forte della paura, e Marco si ritrova nel cortile del condominio, pronto ad agire.
Si guarda intorno, diverse volte, per assicurarsi che tutte le finestre siano chiuse e che nessuno possa vederlo. Nonostante non abbia visto nessuno, cammina fino al portone, come se volesse entrare nel palazzo. Rimane in piedi accanto alla porta per un minuto, ad ascoltare e osservare. È davvero solo.
Si dirige verso l’Ibiza, con il passo da zoppo per via della mazza infilata nei pantaloni. A fatica, si china di fianco a una delle gomme posteriori, tra l’auto e il muro, nascosto alla vista. Da sacchetto, con un gesto lento e preciso, estrae un chiodo e il martello. Appoggia il chiodo alla gomma e colpisce piano. Il chiodo non penetra e l’elasticità del pneumatico fa rimbalzare indietro il martello, che quasi lo colpisce in faccia. Per un attimo dubita di poterci riuscire. Chi cazzo si crede di essere, il cazzo di vendicatore mascherato? Non riesce nemmeno a piantare un chiodo in una gomma.
Marco si sistema meglio, appoggia le spalle al muro, e colpisce forte. Il chiodo entra, lui lo muove appena con le dita, accosta l’orecchio alla gomma e sente il sibilo dell’aria che fuoriesce. Sorridendo, si avvicina all’altra ruota, e ripete l’operazione. Vorrebbe bucare anche le altre due, ma il cuore gli batte all’impazzata, tra l’euforia e la paura. Si aspetta ogni momento un grido, qualcuno che urla affacciato alla finestra, un allarme che suona… Ritorna verso il portone, deve trattenersi per non correre in casa. Aspetta un paio di minuti. Nessun rumore, nessun movimento.
È giunto il momento del colpo di grazia. Dal sacchetto estrae l’acquisto di questo pomeriggio: un manubrio da quindici chili, di quelli per i bicipiti, con i pesi di forma ottagonale. Lo ha scelto per gli spigoli. Senza più guardarsi intorno, cammina fin di fronte all’Ibiza, calcola potenza e angolo del lancio, esita un istante. Ora o mai più: scaglia il peso in alto, e questo ricade al centro del parabrezza dell’auto, con un botto che nel silenzio della notte risuona come un tuono.
L’allarme dell’Ibiza inizia a suonare, Marco torna verso il portone con una corsetta zoppicante, e si infila nell’androne del palazzo. Mentre scende le scale verso la cantina, rivede la scena: il peso da quindici chili che cade e sfonda il centro del parabrezza, l’allarme che comincia a suonare, la ragnatela di crepe sul vetro in pezzi. Quasi in preda al panico si dirige verso la cantina, per restare nascosto qualche minuto, prima di risalire. Dev’essere sicuro che nessuno lo veda rientrare in casa.
La luce della cantina è accesa. Marco si immobilizza, nel corridoio. La porta della cantina è aperta, la luce accesa. Lui aveva spento la luce…
Andrea si affaccia alla porta della cantina, lo vede e dice: “Papà?”
Marco rimane paralizzato per un istante. “Cosa ci fai qui?” gli chiede. “Dovresti essere in casa, a letto!” Marco è disorientato, non sa cosa pensare.
“Papà,” chiede Andrea, “Cos’hai nei pantaloni?”
Marco si rende conto che stanno parlando ad alta voce nel corridoio delle cantine, e l’allarme della Seat Ibiza dello sceriffo di merda continua a suonare, e ne ha ben motivo. Spinge Andrea nella cantina, chiude la porta dietro di loro, spegne la luce.
Al buio, tiene stretto Andrea per le spalle, gli dice: “Fai silenzio, adesso, fai silenzio.”
Nessuno dei due dice nulla, restano immobili nel buio, Marco con la schiena appoggiata alla porta della cantina, per tenerla chiusa, e Andrea appoggiato a lui. Il respiro di Andrea è lento, calmo, mentre quello di Marco è rotto dall’affanno e dalla tensione. Si aspetta di sentire le voci da un momento all’altro, lo sceriffo, Sara, gli altri vicini, la polizia… Finché l’allarme dell’Ibiza non smette di suonare, e lui lascia andare un sospiro di sollievo.
“Andrea,” sussurra Marco, senza osare però accendere la luce, “Cosa ci fai qui in cantina in piena notte? Non dirmi bugie o sono guai…”
Il piccolo rimane in silenzio, e Marco all’improvviso capisce. Andrea è sceso in cantina a prendere chiodi e martello, proprio come lui.
“Andrea, sei stato tu a bucare le gomme della macchina di papà?” gli chiede.
Marco sente il piccolo tremare sotto le sue mani: “Andrea, sei stato tu?”
“Sì,” risponde lui.
“Perché?”
“Avevi promesso di portarmi a Gardaland, per il mio compleanno. E invece mi hai comprato un’altra scatola di Lego del cazzo.”

[nel caso non si fosse capito: fine]

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