04 dicembre 2010

Il deserto dei Tartari

Buzzati Dino - Il deserto dei Tartari

In breve: il giovane tenente Giovanni Drogo viene assegnato alla fortezza Bastiani, a presidio di un valico montano sul confine nord del paese. Con il passare del tempo, desiderio di fuga del giovane si trasforma lentamente e inesorabilmente in una vana speranza, e infine in una monotona rassegnazione. La carriera militare, con le sue assurdità, le sue regole macchinose, diventa una metafora della vita cittadina e quotidiana, e il tempo, il suo scorrere impercettibile e incessante, è il vero protagonista della storia.

Cosa c'è di bello: il tenore surreale dell'ambientazione e la prosa affascinante danno al romanzo un tocco classico, piacevole alla lettura. L'autore ha scelto un tema difficile e non cede a distrazioni, né si perde nei dettagli.

Cosa c'è di brutto: in certi momenti la monotonia della fortezza Bastiani rallenta la lettura e fa calare la concentrazione - ma forse anche questa è una metafora della nostra vita. Quante volte, infatti, ci lasciamo distrarre dalla noia per poi renderci conto del tempo gettato via?

Giudizio finale: è un grande classico, e ne ha tutte le ragioni. 

Voto: 8/10


Da Wikipedia:

« Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch'io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire. »

Dino Buzzati in un’intervista premessa all’edizione degli Oscar Mondadori (1966)

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