06 maggio 2011

Una Prefazione a Tutti i sogni che abbiamo imparato

Con poche pagine a disposizione, uno va dritto al punto. Il libro di Davide Pignedoli è un libro perfettamente riuscito. Due paragrafi d’avvertimento – sensazione di freddo… sensazione di niente… – e sai subito che non è un esercizio di penna, questo. È tutta vita vissuta (anche se non autobiografica). E benissimo l’autore riesce a scombinare e ricombinare sul piano estetico la carnalità palpitante della provincia emiliana, e dei suoi cavalieri erranti. Un vivere, va da sé, senza aldilà: eccetto che quello del sogno. E la scrittura pur nell’urgenza di una pratica gnoseologica (il titolo la dice lunga su come e cosa si conosce) e analgesica, tuttavia non perde mai il controllo. Lo stile è asciutto, affilato, senza fronzoli. E la narrazione conduce il lettore, insieme ad Alex, protagonista alter-ego di tutti i racconti, lungo il piano inclinato (titolo di uno degli ultimi racconti), di un’epica discendente, senza redenzione.

 
Il primo romanzo di Pignedoli, già vincitore delle selezioni regionali Emilia Romagna del Premio Campiello Giovani, s’intitolava Zero: qui siamo sotto lo zero, anche se imbottiti dai miraggi di Alex e del suo inseparabile opposto, Riccardo. Quasi tutto avviene nelle notti picaresche ed offuscate dalla nebbia di una padania – concetto onirico ora abusivamente appropriato alla propaganda di folklore – sempre minuscola. Nella bassa reggiana, i vivi non sono più vivi dei loro fantasmi, gli amori sono disperati, le fughe impossibili. È un mondo di cui non puoi liberarti nemmeno a tentare una fugace trasferta irlandese, fatta apposta per evocare una qualche fratellanza con ben più noti dubliners. Ma anche questa parte del libro, significativamente rubricata sotto il titolo di Tempo di cambiare, è solo preludio all’eterno ritorno (in padania: e lasciamola minuscola). E qui, mai avvertimento sembra più giusto di quello di Cesare Pavese: “per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne”. E una cosa è certa: dalla nebbia padana non se ne esce tanto facilmente. Tempo di cambiare si conclude con un pezzo che andrebbe scritto tutto. Troppo importante nella narrazione come nella metanarrazione per non essere ricordato (ma troppo lungo da riportare, perciò il rimando). È l’uscita di scena definitiva di Occhi Verdeblù, il correlativo oggettivo di tutti i sogni da imparare, prima di entrare sul piano inclinato: “Non hai più guardato indietro e hai attraversato”.
Dopo di ciò Alex continuerà sempre a vivere (anzi: a non-vivere) in funzione di Occhi Verdeblù, in un mondo suo quasi completamente psicologico, circondato da una nebbia di fumo e vapori d’alcool, e personaggi opachi di periferia, sbozzati espressionisticamente tra il potenziale e l’attuale: come in prestito alla vita. Quello esterno è un mondo di party che Alex rifiuta non solo perché eccessivo, ma perché noioso alla maniera moraviana: tra noi e le cose, non si dà mai contatto.
Se negli altri scritti dell’autore la dimensione, diciamo, festaiola costituiva ancora un affronto intemperante a una società perbenista, qui è Alex stesso a dichiarare il fallimento della ribellione. Nell’ultimo racconto, Il Grande Freddo, Alex si guarda intorno (e indietro), e non vede che macerie: lattine, posacenere freddi, cicche smorzate. Di intero è rimasto nulla, o bottiglie vuote come lui. Se, come dicono i semiologi, l’universo è una “furia di segni” organizzati più o meno intorno ad un logos, quello di Alex è una tempesta babelica di segni allo sbando: la canna, il rito-mito della rollatura, i fiumi di birra, i cocktail, l’hangover post-ebrezza, il rock alternativo come colonna sonora obbligatoria. Tutto questo è sottratto d’un colpo alla grande mitologia della provincia, e dell’adolescenza ribelle. Nel Grande Inverno, quel codice sembra non funzionare più. Uno scacco del personaggio che prelude ad altre stagioni narrative.
Il paradiso perduto dell’ebbrezza alcolica e sentimentale, contemporaneamente sognato e rifiutato, è uno slancio ora verso nuovi progetti che sono in cantiere (ho tra le mani il manoscritto del nuovo romanzo), dove con una diversa maturità si affronta pienamente quello che è embrionale in Tutti i sogni che abbiamo imparato, e che sarà un tema sempre più costante della narrativa italiana contemporanea. Cioè il tema dell’esilio, della partenza, e finalmente dell’evasione (nel senso secondo non più del divertimento, ma adesso della fuga) da questa valle (Reggio Emilia–Italia) dove di soli sogni non si vive più, e più spesso anzi si muore.
Questo non è solo un bel libro, ma la sintesi di una riflessione biografica e stilistica durata diec’anni. A tastargli il polso, si sente il sangue che spiccia: e il lettore se ne accorgerà. E non dovrà per forza leggerlo da sinistra a destra, ma anche obliquamente o palindromicamente: attraversandolo come si attraversa una città da sempre di passaggio, come Reggio Emilia, per raggiungere Bologna, o dall’altra parte, Milano.
A mio avviso, i racconti migliori sono Qualcuno sta uccidendo quegli stupidi animali, e il già citato Nessuno mi ha ucciso più dolcemente. Ma il vero incipit, bellissimo (la prima pagina funge da prologo a sé), contiene già tutto il senso del libro, di un futuro indicativo che si trasforma in condizionale: Tre cose che farà o vorrebbe fare mio padre. Un avvio che imposta la prospettiva generazionale e chiarisce fin da subito la circolarità ineludibile della dinamica vita-sogno. Io l’ho letto in un fiato. E dopo avere girato l’ultima pagina – ormai alle cinque del mattino, nella mia stanza a New York – mi sono reso conto improvvisamente che avevo perso per lunghe ore la nozione del presente e dell’adesso. E poco dopo, ancora estraniato trasferivo le impressioni del libro nelle impressioni del sogno che avevo appena imparato.



Davide Bolognesi
Columbia University

Davide Bolognesi è nato a Reggio Emilia nel 1978. Laureato in Lettere Moderne all’università di Bologna con una tesi in Sociologia della letteratura, vive negli Stati Uniti dal 2005. È attualmente dottorando di ricerca alla Columbia University di New York, e si interessa principalmente di letteratura medievale. Suoi saggi sono usciti su riviste italiane e americane.



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