15 dicembre 2011

La scelta delle parole

Alcuni titoli di oggi su Repubblica:
- Le lobby bloccano le liberalizzazioni
- Quanto pesa la patrimoniale "fantasma"

Quello che i titoli dicono e non dicono...

A me sarebbero piaciuti titoli più corretti. Ad esempio:
- I parlamentari bloccano le liberalizzazioni
- Quanto pesa la patrimoniale

Poi si può discutere a lungo se sia giusto o no che le lobby facciano pressione e rappresentino un determinato gruppo. A modo loro, sono come dei sindacati. Con l'eccezione che i sindacati sono raramente considerati dalla nostra classe politica, e gli stessi cittadini li apprezzano con molte riserve (salvo poi invocarli quando butta male). E si può discutere anche se la patrimoniale sia leggera o pesante, e se sia una soluzione corretta o meno.

Ma che si cerchi di essere onesti nei titoli.

Le lobby, in parlamento, non contano nulla. A votare sono i parlamentari. Sono i parlamentari che bloccano una legge. La responsabilità è loro. Solo loro. Ed è giusto, doveroso, che i cittadini non-taxisti e non-farmacisti, questa cosa la sappiano.
Magari io sarei pure d'accordo a non mettere certi medicinali in un supermercato, incoraggiando per esempio comportamenti poco sani (prendere troppe medicine, senza riflettere, o comprarne sempre tre confezioni e poi gettarne due nella spazzatura quando sono scadute).

Però il problema è di altra natura: le lobby fanno pressione. I parlamentari, per qualche motivo che l'articolo non indaga, bloccano le liberalizzazioni.

La patrimoniale "pesa"? Se poi si accoppia questo verbo con l'aggettivo "fantasma", a sottindendere una trappola, un inganno... Si fa informazione in una maniera scorretta. Come già detto, discutiamone nel merito, ma la patrimoniale non è "fantasma". Non è occulta, non è una fregatura.

Sono solo due esempi, davvero il giudizio nel merito delle singole parti della manovra qui non c'entra nulla. Ma i nostri giornalisti, sono fatti così.
Poi si lamentano se un parlamentare osa viola il regolamento del parlamento e fa riprese video clandestine.

01 dicembre 2011

Euro-Sì Euro-No

Premetto che io ovviamente di economia non ne capisco un c**zo. Ma ultimamente si parla così tanto di tornare alla lira (insomma, ne parla la gente per strada, si legge sempre più spesso su internet...), che ho provato a riflettere un attimo su questa faccenda.

Altra premessa importante, ancor più di quella di cui sopra: alla fine, di quello che io penso, ai nostri politici probabilmente gliene frega poco. Anzi, niente. Se mai dovesse esserci un referendum su questo tema (ma è materia di referendum, da un punto di vista legale?), poi, mi aspetto che la gente voti più con la pancia che con la testa.

Date dunque queste premesse: sarebbe conveniente ritornare alla lira?

Il vantaggio principale sarebbe ovviamente di riprendere il pieno controllo della politica monetaria. La nostra zecca ricomincierebbe a stampare moneta (chiamiamola lira per semplicità).
Attenzione però a chi grida: riprendiamoci il controllo della nostra moneta!
Il controllo della moneta non è mai stato "del popolo". Il controllo è sempre stato della Banca d'Italia - e quindi, per emanazione, della politica. Il vantaggio quindi sarebbe relativo: dipende che scelte, poi, farebbe la Banca d'Italia. D'altra parte, la nostra politica ha sempre dato prova di lungimiranza e scaltrezza, vero?

Altro vantaggio, a detta di chi tuona per il ritorno alla lira: di fronte a una crisi, che si fa? Si stampa moneta.
D'accordo, ma poi si scatena l'inflazione. A questo, ci hanno pensato?
Se si stampa troppa lira, non solo la lira perderebbe valore nei confronti di altre monete. Perderebbe valore anche nei confronti dei beni materiali "made in Italy". Non si scappa.
Se per pagare pensioni e stipendi statali, si stampano milioni di miliardi di vecchie lire, uno stipendio tondo tondo di un milione di lire perderebbe potere d'acquisto allo stesso modo dello stipendio da 1000 euro che abbiamo adesso.
Ripeto: anche per il "made in Italy". Questa non è una teoria, è un dato di fatto. L'economia in Italia funzionava così, con la lira.

E ora parliamo degli svantaggi.

Il primo problema: come lo ripaghiamo il nostro attuale debito? Se si esce dall'euro, la ricchezza dello stato italiano sarà in lire: pagare in lire un debito contratto in euro, sarebbe più difficile che pagarlo in euro (presupponendo, appunto, una lira più debole dell'euro).
Paghiamo in lire, dite voi. Eh, certo, come se spettasse all'Italia decidere. Davvero i nostri creditori accetterebbero la lira? Non penso.

Il secondo problema - come la mettiamo con l'importazione? Importare, ci costerebbe di più, mentre ragionevolmente esporteremmo di più grazie a una valuta più debole.

Parlando di ritorno alla lira, tutti immediatamente si eccitano vagheggiando di un ritorno ai fiorenti anni 80, quando l'Italia esportava e si arricchiva grazie alla vecchia liretta debole.
Leggiamo qui: http://www.economywatch.com/world_economy/italy/export-import.html
Nel 2008 abbiamo esportato per 546 miliardi di dollari. Nel 2010 solo 369 miliardi.
Con una valuta più debole potremmo aumentare il volume - incassando quindi più lire.

C'è però un rovescio della medaglia: tutto quello che importiamo, costerebbe di più (pagando in lire, ne servirebbero di più per lo stesso prezzo in euro/dollari).
Nel 2008 abbiamo importato per 546 miliardi di dollari (esattamente tanto quanto abbiamo esportato). Nel 2010 abbiamo importato 358 (giusto appena meno di quel che abbiamo esportato).

In sostanza: import e export si bilanciano, nella nostra macro-economia.
Alla fine, io non ci vedo tutto quel guadagno. Pagheremmo meno la pasta, pagheremmo di più la benzina. Pagheremmo meno i vestiti italiani, pagheremmo di più telefonini e computer europei e americani. Pagheremmo meno la vacanza in riviera, e di più il weekend a Londra.

Smettiamo di prenderci in giro: chi spende più di quel che guadagna, va in malora. Che sia in lire, euro, piastre, ducati, fiorini.

E via, ora lapidatemi...

A cosa servono gli amori infelici

Severini Gilberto - A cosa servono gli amori infelici

In breve: il protagonista senza nome di questa vicenda si trova bloccato in una camera d'ospedale, in attesa di un'operazione delicata, e passa il tempo a riflettere, e scrivendo tre lettere, a un collega, a un sacerdote e a un personaggio senza nome (dio?). Lo stile è affascinante, e con pochi episodi simbolici il protagonista offre un ritratto preciso e coraggioso della sua vita.

Cosa c'è di bello: la scrittura di Severini è affascinante, il tono è coerente, intrigante, e riesce a catturare senza bisogno di forzature o fuochi artificiali. Ho apprezzato la schiettezza nell'affrontare temi anche impegnativi, senza superficiali colpi di scena né reticenze.

Cosa c'è di brutto: ho trovato il romanzo coraggioso e meglio riuscito di "Congedo ordinario", ma anche in questo le pagine sono intrise di un senso di arrendevolezza, come se mediocrità e sconfitta fossero un destino inevitabile, come se la vita fosse sempre più grande di noi e destinata a schiacciarci.

Giudizio finale: un'ottima lettura, e comunque ricco di spunti.

Voto: 8/10