15 settembre 2012

"Freedom" (Libertà)

Franzen Jonathan - Freedom

In breve: al centro del romanzo, è il triangolo formato dai due coniugi Walter e Patty Berglund, e dall'amico di Walter, Richard, musicista rock che consegue una certa fama nella scena indie. Walter e Patty hanno due figli, Jessica e Joey - quest'ultimo fin da giovane si pone in contrasto con le radici democratiche della famiglia, affamato di profitto si fa coinvolgere in una serie di loschi traffici.

Cosa c'è di bello: come nel romanzo precedente, le "Correzioni", Franzen si rivela abilissimo nel ritrarre personaggi, stati d'animo, dialoghi e relazioni. I personaggi sono tenuti insieme da una trama coerente e affascinante, senza bisogno di ridicoli colpi di scena o strani sotterfugi.

Cosa c'è di brutto: con l'eccezione di qualche capitolo in cui l'autore si dilunga forse un po' troppo, il libro è tutto molto bello, come il precedente. Forse i personaggi sono meno realistici e questo trasforma il tono, la sostanza del romanzo, facendolo a tratti assomigliare a una favola e togliendogli tensione.

Giudizio finale: dei due romanzi di Franzen, "Correzioni" mi è piaciuto di più, anche se "Freedom", se possibile, è scritto ancora meglio.

Voto: 8/10

23 agosto 2012

Trilogia della città di K.

Kristof Agota - Trilogia della città di K.

In breve: in un'Ungheria occupata dai Nazisti durante la 2a Guerra Mondiale, due gemelli vengono portati dalla madre in campagna e affidati alla vecchia nonna, che li tenga lontani dai bombardamenti e dai pericoli. I due giovani gemelli iniziano a scrivere un diario e si adattano alla vita di campagna e alla guerra, offrendo un ritratto spietato delle atrocità della guerra, un altrettanto sprezzante descrizione dell'occupazione russa.

Cosa c'è di bello: il primo libro della trilogia, scritto a due mani dai gemelli, è originale e potente; ha una coinvolgente fluidità nell'uso della prima persona plurale e si legge d'un fiato.

Cosa c'è di brutto: certi dialoghi e certi personaggi risultano caricaturali, e stonano nel contesto di un libro altrimenti molto denso e incisivo. Il finale diventa prevedibile, e questo fa calare la tensione - non era necessario inserire alcun colpo di scena, ma uno sviluppo meno banale avrebbe evitato di sporcare un'opera altrimenti davvero ottima.

Giudizio finale: il primo dei tre libri è indiscutibilmente il migliore e il più originale.

Voto: 9/10

12 marzo 2012

Due (parte finale)

Questa è la parte finale del secondo capitolo del mio nuovo romanzo: "Io sono quello che se ne va".
Leggete, commentate, fatemi sapere!




Dopo aver mangiato un’insalata incolore e mesti bastoncini di pesce al forno per pranzo, Dennis valuta se concedersi una passeggiata e un caffè fuori, per scacciare i pensieri più cupi. Le riflessioni della mattinata lo hanno condotto a tristi conclusioni: gli sembra di non aver più molto da chiedere a questo mercato e a questo lavoro. Una camminata all’aria aperta dovrebbe aiutarlo a levarsi di dosso il senso di impotenza, per fare spazio al nuovo entusiasmo che si è ripromesso di coltivare. Ha voglia di parlare con Frédéric: il collega saprebbe certo come risollevarlo e rimetterlo in carreggiata. Frédéric sarebbe dovuto rientrare a Dublino questa mattina, Dennis gli ha lasciato un paio di messaggi in segreteria  ma il francese non l’ha ancora richiamato.
Nell’appartamento silenzioso, dopo una settimana rumorosa di traffico, ufficio e serate passate fuori a tentare di distrarsi, pensa con desiderio a tutto quello che non ha a portata di mano: la compagnia di un amico, la presenza di Myriam, un piano preciso, un posto dove andare e un posto dove stare. Si sente prudere le gambe e le braccia di impazienza, getta occhiate bellicose fuori dalla finestra, infuriato con la pioggia e con Frédéric, dannato francese, che ancora non risponde alle sue telefonate. Si veste e si prepara ad uscire. Scende in strada e apre l’ombrello per ripararsi dalle gocce leggere, che cadono in diagonale; si stringe nella giacca pesante perché si è alzato un vento freddo. Nonostante le vie interne siano più riparate, non vuole camminare schiacciato in mezzo ai palazzi, sul marciapiede stretto e sconnesso, quindi si dirige verso il fiume. Attraversa la strada trafficata, e si avvia lungo il fiume Liffey, verso il centro città.
Si trova davanti al Millenium Bridge di Calatrava, piccolo a confronto del nome che porta; più in lontananza un palazzo con l’insegna dell’Heineken, all’angolo con Temple Bar. Attraversa il fiume sul Millenium Bridge, degnando solo di una breve occhiata le lastre trasparenti e gli archi bianchi. Nessuno a Dublino ama questo ponte ad eccezione dei turisti. Getta uno sguardo all’acqua scura che scorre sotto, è di un colore a metà tra il grigio del cielo e il marrone del fango.

07 marzo 2012

Letto e Bloggato: una recensione di Tutti i sogni che abbiamo imparato

Una nuova recensione di Tutti i sogni che abbiamo imparato

Non è il plot quello che colpisce in questo libro quanto l’atmosfera, l’ondivaga temperatura emotiva in cui, tableau dopo tableau, il lettore si trova immerso. Con un linguaggio sciolto, ricco di immagini lucide e pulite, Pignedoli sembra voler concentrare, in una manciata di scorci di vita ordinaria, le grandi illusioni e l’abulico smarrimento di cui è preda il nostro paese. Emergono così le stanchezze e lo spaesamento, nascosti dietro un forzato corformismo esteriore, della “sana” provincia. L’incomunicabilità, le fedi anemiche, le rabbie ormai gracili di esistenze la cui identità personale e morale viene a stento riconosciuta. Un’opera la cui attualità e profondità ne fa il simbolo da una parte della paura di vivere una vita stretta (fatta di un lavoro stanco e di una quotidianità sbiadita e senza sogni), dall’altra di una certa propensione all’omologazione ad ogni costo per una tranquillità iraggiungibile e mai soddisfacente. Ne scaturisce un confronto rigoroso che trascina il lettore in una riflessione scomoda ma necessaria. Un libro maturo, dallo stile interessante, che fa ben sperare per le future opere di quest’autore.

Per leggere l'intero articolo, ecco il link: http://paneeparadossi.netsons.org/?p=2415

04 marzo 2012

Due (continua)


Inizia qui 




Le parole di Andrew gli ritornano in mente giovedì, quando Patrick rientra in ufficio dalla Normandia. Il principale passa la mattina chiuso in ufficio, convocando gli agenti uno ad uno. Solamente Colin esce con un sorriso, e a Dennis pare che il collega gli abbia scoccato un’occhiata carica di un particolare disprezzo. La conferma che si tratti di un periodo particolare arriva quando Patrick manda a chiamare anche Dennis: nel suo ruolo di semplice pianificatore solitamente i suoi contatti con Patrick sono minimi.
Seduto nell’ufficio di Patrick, nella comoda sedia di fronte alla scrivania del capo, Dennis si trova a rispondere a domande generiche che non sembrano avere alcun significato. Dennis parla dei progetti in corso, arriva perfino a suggerire i nomi di alcuni nuovi artisti che ha provato a contattare recentemente, in un infruttuoso tentativo di accreditarsi in agenzia come agente. Patrick non reagisce, risponde a monosillabi e incoraggia Dennis a continuare, con un vago cenno della mano. A tratti scribacchia cifre sull’agenda, mordicchia il tappo della sua penna, lascia vagare lo sguardo sui pochi mobili della stanza.
A Dennis sembra quasi che Patrick si sia accorto solo oggi della sua presenza in ufficio, e voglia farsi un’idea di cosa faccia lui, per quale motivo gli venga pagato uno stipendio. Insiste sui suoi miseri contatti, cercando di spingere la conversazione al di là dei suoi compiti strettamente logistici e organizzativi, tenta di aggiungere un tocco che denoti entusiasmo e partecipazione.
Questo provoca finalmente una reazione in Patrick, ma non del segno che Dennis ha desiderato. Il capo di ordina di bloccare ogni tentativo di reclutare nuovi artisti, gli dice di limitarsi a fare il suo lavoro. Risentito, Dennis si chiude in un prolungato silenzio, mentre Patrick riprende a scrivere sull’agenda.
Poi il capo alza lo sguardo e lo congeda con un gesto. La sua voce è calma, quasi rassegnata, e sorprende Dennis quando dice: “Ti consiglio di non iniziare nuovi progetti, non ora.”
Quel che lo lascia più stupito è la scelta delle parole: “Completely still,” completamente immobile, suggerisce Patrick, come se avesse timore di qualcosa.
Trova Colin ad attenderlo alla sua scrivania. L’irlandese gli impartisce alcuni ordini bruschi: riordinare e organizzare i contatti, completare i lavori pendenti e comunque preparare una lista di tutto ciò che ha in corso, farsi affiancare da Paulo e Andrew nella creazione di un paio di cataloghi.

03 marzo 2012

Due (Parte Prima: Dublino, Marzo)

Estratto da "Io sono quello che se ne va".
Questo è il secondo capitolo (diviso in tre parti per alleggerire la lettura qui sul blog).
Il primo capitolo si trova qui.


Parte Prima: Dublino, Marzo


Due



Dennis si alza di cattivo umore: la sera prima è rimasto sveglio fino a tardi cercando un senso tra internet, libri, cellulare e birre. Nonostante questo, il lunedì mattina si rivela più semplice di quanto si fosse aspettato: la doccia sembra scacciare la stanchezza, e giunto in ufficio trova un’atmosfera rilassata, e diverse scrivanie vuote. Molti dei suoi colleghi sono in viaggio per lavoro, e Patrick, il titolare, si trova ancora in Francia. Gli dicono che è partito nel fine settimana, e che non tornerà ancora per qualche giorno. È in compagnia di Frédéric, spiegano, e il suo collega e amico francese sarebbe rimasto in Normandia per tutta la settimana, forse anche quella successiva. Questo spiega perché Frédéric non avesse risposto al cellulare né al telefono di casa, per tutto il fine settimana.
Dennis comincia a riorganizzare i suoi lavori, prende contatto con gli artisti di Milano e ottiene finalmente risposte precise in merito agli allestimenti, poi si dedica con Colin e Andrew a perfezionare i dettagli di una mostra di pittura e scultura, che avrebbero trasferito da Dublino a Londra, poi a Berlino. Dennis riesce a scovare un corriere che accetta di trasportare tutte le opere a un prezzo irrisorio fino a Londra, poiché ha alcuni automezzi a noleggio da restituire nella capitale inglese. Questo si traduce in un risparmio sostanzioso per l’agenzia, e gli guadagna una battuta da parte di Colin: “A forza di stare in mezzo agli ebrei, cominci a cavartela con gli affari.”
Urlata a pranzo, con una birra in mano, la battuta umilia più Colin stesso, per la sua grezza ignoranza, che Dennis. Lui non gli presta troppa attenzione: il suo collega irlandese è conosciuto in ufficio per la sua assoluta mancanza di tatto. Colin è bruno, grosso e muscoloso, coperto di lividi e costantemente dolorante in seguito all’ultima partita di rugby o calcio gaelico che ha giocato nel fine settimana. Si mangia le parole, ha un pesante accento dublinese e ricorda a Dennis la caricatura del giovane irlandese rozzo e ignorante che si vede nelle commedie o negli spettacoli dei comici locali. In realtà, Dennis lo sa bene, Colin può essere scaltro e furbo; ha una mente matematica e una malsana passione per il gioco d’azzardo, a cui vince spesso. Si impone, quando non di prepotenza, con il suo apparire grezzo e stupido: gli altri lo assecondano con l’illusione di poterlo facilmente manovrare o fregare, per poi trovarsi scavalcati, ingannati, umiliati.

15 febbraio 2012

Vineland

Pynchon Thomas - Vineland

In breve: 1984 (citazione Orwelliana), nell'immaginaria cittadina californiana di Vineland, Zoyd Wheeler si lancia contro una vetrina. Perseguitato da un agente della narcotici ora tele-dipendente, Zoyd si separa dalla figlia adolescente Prairie. La ragazza si ritrova coinvolta nei piani di Brock Vond, agente FBI che sta dando la caccia a Frenesi, ex-moglie di Zoyd e madre di Prairie, che la giovane non ha mai conosciuto.

Cosa c'è di bello: onestamente, poco. Qualche trovata divertente, e nulla più. Temo che anche la traduzione non gli abbia reso giustizia, ma non credo che farò nemmeno lo sforzo di procurarmi il testo in lingua originale.

Cosa c'è di brutto: ridondante, dispersivo e fondamentalmente fatuo. La critica ironica al fallimento della contestazione hippy e alla succesiva epoca Reganiana, si riducono a una serie di trovate forzatamente originali, sconnesse e che in breve annoiano.

Giudizio finale: tempo perso. Essendo questo il primo romanzo di Pynchon che leggo (vergogna, direte voi), si pone il quesito: dargli o meno una seconda possibilità? Detto tra parentesi, il romanzo, pubblicato nel 1990, arrivava dopo 17 anni di silenzio dell'autore. Forse un motivo c'era, per tutto quel silenzio.

Voto: 4/10

13 gennaio 2012

Uno (parte finale)

Questa è la parte finale del primo capitolo del mio nuovo romanzo: "Io sono quello che se ne va".
Leggete, commentate, fatemi sapere!



I corridoi e le scale sono rivestiti di una vecchia moquette color porpora, piena di macchie e strappi; la moquette sale sulle pareti, fino all’angolo con il soffitto. Dennis prende l’ascensore e si ferma al secondo piano, senza riuscire a scrollarsi di dosso la sensazione di camminare in un vecchio albergo. Sente musica, voci di conversazioni, suoni di televisione provenire dagli altri appartamenti. I muri sono troppo sottili. Raggiunta la sua porta, entra nell’appartamento: un corridoio su cui si affacciano da un lato la camera da letto e il bagno, e dall’altro la sala con il cucinotto annesso. Una volta c’era una porta a separarlo dal soggiorno, ma era già sparita quando Dennis aveva firmato il contratto d’affitto: rimanevano i cardini sporgenti che spesso s’impigliavano nelle maniche dei maglioni.
Appesa la giacca all’attaccapanni, Dennis lascia i suoi bagagli a terra nel corridoio, entra in bagno. Accende la luce e si lava il viso con l’acqua fredda, getta un’occhiata nello specchio. È tornato definitivamente nella sua faccia europea. Comincia a girare tra la camera da letto e il salotto, sistemando in fretta il suo bagaglio; accende lo scaldabagno. Fruga nei mobiletti della cucina cercando di decidere se cucinare o meno qualcosa. Sbircia fuori dalla finestra del salotto: gli manca un balcone dove sedere per osservare la strada, un sole che lo richiami all’aperto. Il contrasto con l’appartamento di Myriam a Tel Aviv è stridente.
Cambia la sim del telefono: dal numero israeliano a quello irlandese, e poi scrive un messaggio a Myriam. Digita in fretta: I’m home, all ok. I miss you already. A kiss. Sono a casa, tutto bene. Mi manchi già, un bacio.
In piedi nel bagno, mentre si spoglia, pensa: “Questa è la mia casa.”
Ha pochi ricordi del tempo trascorso qui: è un appartamento in affitto, neutrale e silenzioso. Ogni angolo gli è famigliare senza che gli appartenga. È una tana impersonale e funzionale: pochi amici in visita, niente donne, solo Myriam che era venuta una paio di volte a trovarlo per un fine settimana. Nudo, entra in doccia e mentre chiude la porta di plastica getta un’occhiata a terra: moquette persino in bagno.
Trascorre il resto della domenica pomeriggio alternando lettura, noia e preoccupazione, dopo un breve sonno che l’ha lasciato intontito e poco riposato. È teso al pensiero del rientro in ufficio dopo i giorni di vacanza: ha del lavoro da sbrigare per un paio di mostre programmate a breve a Milano, e il clima in agenzia non è dei migliori. Il contraccolpo dell’ennesima crisi si è fatto sentire, i risultati non sono mai all’altezza delle aspettative. Un senso di frustrazione si insinua nei suoi ragionamenti: anche questa volta, in Israele, ha cercato contatti, opportunità per un nuovo lavoro, ma senza successo.
In casa ha poco da mettere in ordine, per potersi semplicemente distrarre con le faccende domestiche: i vestiti già piegati ordinatamente nella valigia vengono riposti nell’armadio, svuota nella cesta del bucato il contenuto di una busta di plastica con gli indumenti da lavare. Non ha fretta di caricare la lavatrice: qui a Dublino è ancora troppo freddo per magliette a maniche corte e pantaloni leggeri.

07 gennaio 2012

Uno (continua)




Si dirige verso il check-in e ordinatamente si mette in fila. Quando arriva il suo turno, presenta il biglietto Amsterdaam-Dublino a una ragazza molto giovane, che sorride alla sua faccia arrossata dalle giornate appena trascorse in spiaggia. Dennis sorride in risposta, ma di un sorriso cortese e nulla di più. Ripone la carta d’imbarco, si sente svuotato di tensione: la paura di volare lo assale nuovamente, non è una scossa ma una cappa. Il suo corpo agisce in base a istruzioni di base: buone maniere, distacco, moderato appetito. È comunque quasi felice di questo terrore per il volo: lo distrae dalla matassa di pensieri che la telefonata a Pietro non ha sbrogliato, ma solo complicato.
Sull’aereo ha un posto sul corridoio, accanto a una signora bionda e grassoccia, che indossa una camicia viola , ha gli occhi truccati dello stesso colore, ha il viso e le braccia coperte da lentiggini sulla stessa scala cromatica. Dennis si sente come se fosse già a Dublino, seduto sull’autobus diretto a casa. Mentre lui sistema il suo bagaglio a mano, la signora estrae dalla borsa da viaggio un lettore mp3 di colore rosa e un libro; lui cerca di leggerne il titolo ma scorge solo l’immagine di copertina. Una bruna dalle labbra carnose e il naso dritto, che ad occhi chiusi si abbandona al bacio avvolgente di un biondo dai capelli ribelli. Sullo sfondo: una collina, una villa, un albero, un cavallo.
Avesse ancora vent’anni, Dennis avrebbe alzato il volume del suo iPod per disturbarla, le avrebbe sbattuto in faccia la copertina di The Names di DeLillo, avrebbe sgomitato per prendere possesso del bracciolo in comune tra i loro sedili. Invece si siede, un po’ invidioso di tutta questa semplicità, e cerca semplicemente di difendere un minimo spazio vitale. La signora allarga le braccia, sbadiglia, alza il volume del suo lettore mp3 ancora un po’. Ogni volta che gira pagina, piega il grasso braccio sul petto e gli punta il gomito a pochi centimetri dalla faccia. Dennis si domanda oziosamente se una certa aggressività, diretta contro di lei, potesse essere assimilata a una sorta di guerra preventiva.
Il pensiero lo fa sorridere, ma poi di nuovo si trova sul naso il gomito della sua invadente compagna di volo, e il sorriso svanisce. Si dedica alla sua faticosa lettura: il libro riesce a distrarlo per il tempo sufficiente all’aereo per staccarsi da terra, poi Dennis si ritrova confuso. Deve tornare indietro diverse pagine, per cogliere il significato di quel che sta leggendo; quindi viene distratto dalle prime turbolenze e chiude definitivamente il libro, tenendolo appoggiato sulle ginocchia.

03 gennaio 2012

Uno (Parte Prima: Dublino, Marzo)

Estratto da "Io sono quello che se ne va".
Questo è l'inizio del primo capitolo (il capitolo l'ho diviso in tre parti per alleggerire la lettura qui sul blog).


Parte Prima: Dublino, Marzo


Uno


Il volo El-Al per Amsterdaam è tutto gomitate, cappotti scuri, un pranzo kosher poco saporito servito da uno steward di cattivo umore, e inutili tentativi di addormentarsi. La paura di volare per questa volta gli ha soltanto tolto il sonno, o forse sono stati i pensieri. Ha lasciato Tel Aviv e Myriam, più confuso di quando, una settimana fa, era arrivato dall’Irlanda. Dennis Bellini, Exhibition Planner, è ora diretto a Dublino, dove vive e lavora, ma sente di non avere alcuna precisione nel suo volo, nessuno scopo definitivo.
Sbarca nell’aeroporto di Schiphol e trova la fila EU Passports da attraversare con il suo trolley, il sacchetto del Duty-Free di Tel Aviv e il pensiero delle prossime settimane lontano da Myriam, la sua ragazza israeliana. Ha la sensazione che anche il prossimo atterraggio, tecnicamente l’ultimo nella lista della sua carta d’imbarco, non sia che un nuovo scalo, una sosta momentanea. Ignorare la vera destinazione finale una volta lo faceva sentire orgoglioso. Ora gli sembra di fluttuare senza sostanza, di smaterializzarsi poco a poco.
Osserva le facce intorno a lui, la maggioranza dei passeggeri in transito in quest’area del terminal sono europei, sono visi famigliari, di casa sua. Ma non si sente a casa, si sente piuttosto in trappola tra vetrine e pavimenti lucidati a specchio. Dublino, la sua meta finale, gli pare una punizione, una casella dove scontare un altro turno di penalità. Dalla tasca dei pantaloni estrae il suo biglietto, spiegazzato. Ha conservato anche il biglietto d’andata, Dulino-Amsterdaam e Amsterdaam-Tel Aviv. Lo osserva: per non dimenticare da dove è arrivato.
I lunghi corridoi dell’aeroporto sono circondati da negozi e locali, la vista lo annoia su ogni lato. Potrebbe già essere arrivato a Dublino, in un certo senso; qui non c’è tensione, sa perfettamente dove andare e cosa fare, tutte le insegne e le indicazioni attorno a lui sono in un alfabeto perfettamente leggibile. Non essendoci spazio per l’incognito, non gli rimane nessuno spazio d’immaginazione. Dennis cammina lentamente, si guarda intorno alla ricerca di qualcosa che colpisca la sua attenzione, che possa distrarlo da se stesso. Scruta i visi delle persone e i loro bagagli, le vetrine e i monitor con gli orari dei voli, i cartelli dei diversi gate. Si concentra sui nomi delle varie destinazioni, ma questo lato del terminal ospita solamente voli continentali. L’Europa intera è troppo vecchia, anche nella sua espansione verso l’Est.