07 gennaio 2012

Uno (continua)




Si dirige verso il check-in e ordinatamente si mette in fila. Quando arriva il suo turno, presenta il biglietto Amsterdaam-Dublino a una ragazza molto giovane, che sorride alla sua faccia arrossata dalle giornate appena trascorse in spiaggia. Dennis sorride in risposta, ma di un sorriso cortese e nulla di più. Ripone la carta d’imbarco, si sente svuotato di tensione: la paura di volare lo assale nuovamente, non è una scossa ma una cappa. Il suo corpo agisce in base a istruzioni di base: buone maniere, distacco, moderato appetito. È comunque quasi felice di questo terrore per il volo: lo distrae dalla matassa di pensieri che la telefonata a Pietro non ha sbrogliato, ma solo complicato.
Sull’aereo ha un posto sul corridoio, accanto a una signora bionda e grassoccia, che indossa una camicia viola , ha gli occhi truccati dello stesso colore, ha il viso e le braccia coperte da lentiggini sulla stessa scala cromatica. Dennis si sente come se fosse già a Dublino, seduto sull’autobus diretto a casa. Mentre lui sistema il suo bagaglio a mano, la signora estrae dalla borsa da viaggio un lettore mp3 di colore rosa e un libro; lui cerca di leggerne il titolo ma scorge solo l’immagine di copertina. Una bruna dalle labbra carnose e il naso dritto, che ad occhi chiusi si abbandona al bacio avvolgente di un biondo dai capelli ribelli. Sullo sfondo: una collina, una villa, un albero, un cavallo.
Avesse ancora vent’anni, Dennis avrebbe alzato il volume del suo iPod per disturbarla, le avrebbe sbattuto in faccia la copertina di The Names di DeLillo, avrebbe sgomitato per prendere possesso del bracciolo in comune tra i loro sedili. Invece si siede, un po’ invidioso di tutta questa semplicità, e cerca semplicemente di difendere un minimo spazio vitale. La signora allarga le braccia, sbadiglia, alza il volume del suo lettore mp3 ancora un po’. Ogni volta che gira pagina, piega il grasso braccio sul petto e gli punta il gomito a pochi centimetri dalla faccia. Dennis si domanda oziosamente se una certa aggressività, diretta contro di lei, potesse essere assimilata a una sorta di guerra preventiva.
Il pensiero lo fa sorridere, ma poi di nuovo si trova sul naso il gomito della sua invadente compagna di volo, e il sorriso svanisce. Si dedica alla sua faticosa lettura: il libro riesce a distrarlo per il tempo sufficiente all’aereo per staccarsi da terra, poi Dennis si ritrova confuso. Deve tornare indietro diverse pagine, per cogliere il significato di quel che sta leggendo; quindi viene distratto dalle prime turbolenze e chiude definitivamente il libro, tenendolo appoggiato sulle ginocchia.

La signora lo fa alzare almeno tre volte per andare al bagno: la pace e il sole della giornata di ieri, passata sulla spiaggia di Tel Aviv, svaniscono dalla sua memoria mentre l’aereo prosegue sulla rotta di casa. Quando si abbassa verso Dublino, non ha più nulla a cui aggrapparsi per contenere la paura. Le hostess cominciano a percorrere il corridoio avanti e indietro, chiedendo di spegnere i dispositivi elettronici e ritirando cuffiette e coperte. Fuori dal finestrino della signora grassa si scorge la costa: tutto è verde. Gli atterraggi a Dublino sono tra i peggiori: l’aeroporto è sempre sferzato dal vento e i piloti devono tenere una velocità maggiore per evitare che l’aereo venga deviato da una raffica più forte delle altre. L’aereo scende di quota e prende contatto con la pista con un tonfo seguito da una brusca frenata.
Dennis molla la presa sui braccioli solamente quando la signora grassa gli tocca la mano, e gli si rivolge con voce squillante e un pesante accento dublinese.
It’s all ok, dear. There’s nothing to worry abouch.” Va tutto bene caro, non c’è niente di cui preoccuparsi.
Sentendo le guancie avvampare, Dennis risponde con un sorriso di circostanza. La paura è una faccenda privata. Controlla l’orologio, sono in ritardo di una ventina di minuti, ma non ha fretta di ritrovarsi nel suo appartamentino solitario. Si alza per lasciar passare la signora, che continua a rassicurarlo, a bassa voce ora, e con tocchi dolci che somigliano a carezze e grandi sorrisi. Gli dice qualcosa a proposito di sua figlia, che aveva sconfitto in qualche modo la paura di volare.
Dennis non ascolta le parole, sente solo il contatto morbido e la pelle calda delle mani della donna, si stupisce di quanto sia piacevole essere toccato affettuosamente da una sconosciuta, senza alcuna attrazione, relazione o rapporto di forza a dare una direzione a quelle carezze. Torna a sedere, saluta garbatamente la donna grassa che si allontana lungo il corridoio, lascia che le rumorose comitive di irlandesi raccolgano i loro bagagli a mano e sgomberino l’aereo, prima di alzarsi di nuovo dal suo seggiolino e dirigersi verso la scaletta, con il suo piccolo trolley.
L’aria di Dublino gli sferza il viso, si affretta verso le porte a vetri che conducono al terminal; lo accoglie il solito odore di moquette e carburanti. La sua insofferenza verso gli aeroporti cresce ad ogni viaggio: pubblicità chiassose e ignoranti, panorami da cartolina appesi ai muri in cornici metalliche, voci gracchianti e impazienti che chiamano i ritardatari e annunciano i voli, prezzi esorbitanti nei negozi di souvenir e nei cafè. È il trionfo della stupidità che coglie l’uomo in movimento. Immagina animali migratori: i muscoli all’opera, la solidarietà del branco o dello stormo, la concentrazione, l’assoluta dedizione alla loro missione. Gli uomini, invece: lavoro o vacanza, il quoziente intellettivo dei suoi simili sembra calare in proporzione alla distanza percorsa, moltiplicano i bisogni secondari, la golosità, la frenesia negli acquisti e il desiderio del superfluo.
In pochi sembrano curarsi del reale bisogno primario: spostarsi e sopravvivere allo spostamento stesso. È il volo, il vero progresso, non il Duty-Free, il caffè a tre euro, mezzo litro d’acqua a quattro euro. All’uscita dell’aeroporto, dopo aver ritirato i suoi bagagli, Dennis scruta la statua del maiale con le ali di fronte all’angolo dei fumatori, il vento freddo che strappa mozziconi dai posacenere stracolmi, e la fila dei taxi. Sale su quello che gli viene assegnato da un inserviente di cattivo umore, ripete al tassista l’indirizzo, controlla nel portafogli di avere sufficienti banconote per pagare in euro.
Il tassista osserva dallo specchietto il volto di Dennis arrossato dal sole, gli chiede da dove arrivi.
“Israele.”
L’uomo guida lentamente finché non arrivano sulla N3 che porta verso la città. Allora domanda a Dennis quanto caldo facesse, in Israele.
“Caldo,” conferma lui.
Dennis guarda fuori dal finestrino, i campi verdi, le case di campagna, i capannoni delle fabbriche, le marche delle automobili, i cartelloni pubblicitari: tutti simboli familiari che invece di confortarlo lo fanno sentire imprigionato in un tunnel infinito, sempre uguale Il cielo è di un azzurro denso e le nuvole bianche si muovono veloci. Ci sono pochi alberi in questa zona, mancanza compensata da siepi fitte e intricate, da prati verdi di erba alta mezzo metro che ondeggia spazzata dal vento. La natura sembra l’unico scorcio mobile, imprevedibile, nella monotonia di Dublino.
How’s the tv in Israel?” gli chiede il tassista, com’è la tv in Israele.
Dennis è colto di sorpresa, dopo il clima solitamente la conversazione vira sulla politica, con osservazioni banali.
It’s just like our tv,” dice, è come la nostra.
L’uomo annuisce, evidentemente confortato all’idea che la televisione sia immune al conflitto mediorientale, che non sia stata stravolta dai sionisti o dai terroristi palestinesi, a seconda di quale sia la sua generica presa di posizione e pregiudizio. Ecco il punto di contatto tra Europa e Medio Oriente.
All’altezza di Belleville, il taxi entra in Phoenix Park. Con l’eccezione di qualcuno che fa jogging e di chi porta a passeggio i cani, il grande parco è deserto nonostante sia domenica pomeriggio. Il clima è ancora invernale, freddo, minaccia pioggia. Escono sull’altro lato del grande parco, si affacciano sul centro di Dublino; il taxi prosegue lungo il Liffey e il tassista gli domanda se può lasciarlo in quel punto.
Il condominio di Dennis è in una strada a senso unico in uscita e lui si è abituato a essere scaricato sul lungofiume. Accostano, lui paga, il tassista apre il baule, Dennis prende il trolley, la valigia più grande, e il sacchetto del Duty-Free; attraversa la strada di corsa lasciandosi alle spalle il fiume. La valigia gli sbatte dolorosamente contro la caviglia destra. Il marciapiede lo conosce pietra per pietra, a occhi bassi svolta nella seconda a destra e si ritrova sotto il portone di casa. Fruga nella tasca della giacca, trova finalmente le chiavi giuste ed entra nel palazzo.


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