13 gennaio 2012

Uno (parte finale)

Questa è la parte finale del primo capitolo del mio nuovo romanzo: "Io sono quello che se ne va".
Leggete, commentate, fatemi sapere!



I corridoi e le scale sono rivestiti di una vecchia moquette color porpora, piena di macchie e strappi; la moquette sale sulle pareti, fino all’angolo con il soffitto. Dennis prende l’ascensore e si ferma al secondo piano, senza riuscire a scrollarsi di dosso la sensazione di camminare in un vecchio albergo. Sente musica, voci di conversazioni, suoni di televisione provenire dagli altri appartamenti. I muri sono troppo sottili. Raggiunta la sua porta, entra nell’appartamento: un corridoio su cui si affacciano da un lato la camera da letto e il bagno, e dall’altro la sala con il cucinotto annesso. Una volta c’era una porta a separarlo dal soggiorno, ma era già sparita quando Dennis aveva firmato il contratto d’affitto: rimanevano i cardini sporgenti che spesso s’impigliavano nelle maniche dei maglioni.
Appesa la giacca all’attaccapanni, Dennis lascia i suoi bagagli a terra nel corridoio, entra in bagno. Accende la luce e si lava il viso con l’acqua fredda, getta un’occhiata nello specchio. È tornato definitivamente nella sua faccia europea. Comincia a girare tra la camera da letto e il salotto, sistemando in fretta il suo bagaglio; accende lo scaldabagno. Fruga nei mobiletti della cucina cercando di decidere se cucinare o meno qualcosa. Sbircia fuori dalla finestra del salotto: gli manca un balcone dove sedere per osservare la strada, un sole che lo richiami all’aperto. Il contrasto con l’appartamento di Myriam a Tel Aviv è stridente.
Cambia la sim del telefono: dal numero israeliano a quello irlandese, e poi scrive un messaggio a Myriam. Digita in fretta: I’m home, all ok. I miss you already. A kiss. Sono a casa, tutto bene. Mi manchi già, un bacio.
In piedi nel bagno, mentre si spoglia, pensa: “Questa è la mia casa.”
Ha pochi ricordi del tempo trascorso qui: è un appartamento in affitto, neutrale e silenzioso. Ogni angolo gli è famigliare senza che gli appartenga. È una tana impersonale e funzionale: pochi amici in visita, niente donne, solo Myriam che era venuta una paio di volte a trovarlo per un fine settimana. Nudo, entra in doccia e mentre chiude la porta di plastica getta un’occhiata a terra: moquette persino in bagno.
Trascorre il resto della domenica pomeriggio alternando lettura, noia e preoccupazione, dopo un breve sonno che l’ha lasciato intontito e poco riposato. È teso al pensiero del rientro in ufficio dopo i giorni di vacanza: ha del lavoro da sbrigare per un paio di mostre programmate a breve a Milano, e il clima in agenzia non è dei migliori. Il contraccolpo dell’ennesima crisi si è fatto sentire, i risultati non sono mai all’altezza delle aspettative. Un senso di frustrazione si insinua nei suoi ragionamenti: anche questa volta, in Israele, ha cercato contatti, opportunità per un nuovo lavoro, ma senza successo.
In casa ha poco da mettere in ordine, per potersi semplicemente distrarre con le faccende domestiche: i vestiti già piegati ordinatamente nella valigia vengono riposti nell’armadio, svuota nella cesta del bucato il contenuto di una busta di plastica con gli indumenti da lavare. Non ha fretta di caricare la lavatrice: qui a Dublino è ancora troppo freddo per magliette a maniche corte e pantaloni leggeri.

Sul tavolo del soggiorno ha appoggiato il libro di DeLillo, che trascina a metà da troppi giorni, lo afferra, deciso a continuare nella lettura. Si muove indeciso tra il letto e la poltrona senza riuscire ad afferrare il filo della narrazione o a trovare una posizione comoda. La storia è diventata statica, piena di riferimenti allusivi che non riconosce, fatica anche ad associare nomi e personaggi. Si ritrova con il libro ancora aperto tra le mani: è seduto in poltrona con gli occhi fissi sulla televisione spenta e la mente vuota. Osserva il pulsare del led di stand-by del ricevitore: paga ventisei euro al mese per canali che non guarda, per avere una voce di sottofondo mentre si aggira per casa.
Per mantenere un contegno, torna a concentrarsi sul libro, cercando di capire cosa lo distragga: ha la sensazione che dopo le brillanti premesse della prima parte, il seguito abbia perso di sostanza per trascinarsi in episodi sconnessi. Indispettito, porta il libro in camera da letto e lo ripone sul comodino, sotto altri volumi, lontano dalla vista.
Tornato sulla poltrona del salotto, sfila dalla tasca il cellulare e comincia a passare da un nome all’altro, in rubrica. La rubrica è divisa ordinatamente in gruppi: famiglia, amici, conoscenze, lavoro, contatti. Ha creato anche liste numerate, come: amici1, amici2, amici3, per indicare il grado di vicinanza. Sfogliando le sue conoscenze raggruppate come amici3, si domanda se alcuni di questi si ricordino anche solo la sua faccia o il suo nome. Torna ad amici1, ed è sorpreso di trovarvi alcuni nomi, gente che magari non vede da anni, che ha frequentato solo per brevi e intensi periodi. La lista rappresenta i suoi desideri, forse, più della reale qualità dei suoi legami.
Per qualche tempo, era rimasto indeciso a proposito di Myriam, in quale lista inserirla: alla fine l’aveva memorizzata in amici1, per evitare che il computer gli restituisse il suo nome come non catalogato, ogni volta che sincronizzava la rubrica con il cellulare. Vedere il nome di Myriam insieme ai contatti provvisori, lo faceva sentire come se stesse in qualche modo rifiutando la loro relazione.
Prova un breve istante di soddisfazione nello scorrere la rubrica, nel soppesare virtualmente la lista dei contatti, ordinati e catalogati. È felice di questa nuova generazione di telefoni cellulari touchscreen, in grado di memorizzare un numero virtualmente illimitato di nomi e numeri. La soddisfazione dura giusto pochi secondi, poi viene scalzata brutalmente da un senso di vergogna per questa sua passione per le liste. Si sente patetico nel suo tentativo di tenere tutto in ordine. Come se l’ordine potesse donare chiarezza o significato.
Dalla lista dei contatti di Dublino, seleziona il nome di Frédéric e fa partire una chiamata, ma il cellulare del collega è spento. È l’unica persona che avrebbe voluto vedere, oggi.
Collega il computer portatile e scorre i contatti su Skype. Trova online solamente Colin e Finn, o come recita il nickname in gaelico: Fiònn. Come se a fianco di Dennis lui avesse scritto Dionysius. Digita il nome su Google, per verificarne l’ortografia.
Si trova su una pagina in inglese, che illustra il significato del nome. L’autore della pagina conclude con: “un bel nome per una ragazza o per un frocio.” Legge i commenti a seguire, dove in molti a nome Dennis contestavano la presunta omosessualità. La maggioranza dei commenti si concludevano con “believe me”, credimi, “trust me”, fidati di me. Spazientito, vorrebbe rispondere a ognuno di questi commenti: “believe me” o “trust me”, scriverebbe, non hanno alcun valore, non rinforzano minimamente la credibilità di una protesta. Nella confusione di queste futili discussioni a proposito dei diversi orientamenti sessuali, trova conferma dello spelling corretto in inglese: Dionysius.
Continua a leggere: altri commenti decantano le origini greche del nome, la sua nobiltà. Qualcuno lo definisce un nome unico, per chi è destinato a grandi imprese. Poi ci sono i soliti cristiani americani e radicali, una legione, scatenati e confusi per l’origine pagana del nome, sconvolti che Dioniso sia il dio del vino e dell’estasi. Una ragazza di nome Dennis, una delle poche di sesso femminile a commentare, conclude in modo confuso, dicendo di pregare molto per gli amici, per la famiglia, e per se stessa. Infine un nigeriano, che incoraggia ad andare oltre al significato letterale del nome: ognuno, scrive, può raggiungere qualsiasi obiettivo, indipendentemente da religioni, miti, influenze astrologiche. Prosegue: “Amo il karate e ottenere risultati straordinari. Le mie sfide nella vita sono: uno, le mie relazioni falliscono; due, la gente pensa che sia grasso e abbia un brutto carattere; tre, ho un brutto carattere, ma ci sto lavorando; quattro, odio la sconfitta ma so accettarla; cinque, non mi fido di nessuno.”
Con stupore si accorge di aver passato quasi un’ora a leggere pagine e pagine di commenti infarciti di pura idiozia, di rabbia e frustrazioni, scatenate da una sola riga provocatoria. Abbandona il forum e torna a Skype: scrive a Finn chiedendogli il programma della serata. Era abbastanza comune che diversi colleghi si ritrovassero a bere qualcosa la domenica sera, un informale rientro anticipato dal fine settimana, in cui si finiva inevitabilmente per parlare di lavoro. Finn conferma, birra, e poker a seguire. Il poker era una tendenza recente, nel gruppo dei colleghi, assorbita direttamente dalla tv satellitare senza alcun filtro, e che Dennis aveva prudentemente evitato.
È sorpreso nel constatare quanti modelli, derivati direttamente dalla pay-tv, si siano imposti in un gruppo relativamente giovane e con indiscutibili potenzialità alternative come quello dei suoi colleghi. Lauree in discipline eterogenee, background culturali multiformi, provenienti da diversi paesi d’Europa, a contatto principalmente con artisti, spesso scadenti ma pur sempre di artisti si trattava, per la maggior parte artisti falliti loro stessi. Non appena il saldo netto dello stipendio mensile e delle provvigioni superava una certa soglia, il risultato finale era sempre lo stesso: gli appartamenti si allargavano, svanivano i mobili Ikea, apparivano auto elettriche ma principalmente SUV, si accendevano mutui, sparivano le sigarette e altri vizi,  sostituiti dall’abbonamento alla palestra vicino a casa, o addirittura da sacche e mazze da golf.
Lui è annoiato dalla maggioranza di questi simboli. Non per pregiudizio, ma per genuino disinteresse. Più che altro, si sente solo. Come se fosse rimasto fuori da un circolo in cui altri sono stati invitati a divertirsi spensieratamente, senza ricevere comunque in cambio nessuna fede di rimpiazzo, nessuna passione alternativa, e di certo non il vantaggio di un cinismo autosufficiente e solitario.
I miss you,” mi manchi, scrive di nuovo a Myriam via sms.

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