03 gennaio 2012

Uno (Parte Prima: Dublino, Marzo)

Estratto da "Io sono quello che se ne va".
Questo è l'inizio del primo capitolo (il capitolo l'ho diviso in tre parti per alleggerire la lettura qui sul blog).


Parte Prima: Dublino, Marzo


Uno


Il volo El-Al per Amsterdaam è tutto gomitate, cappotti scuri, un pranzo kosher poco saporito servito da uno steward di cattivo umore, e inutili tentativi di addormentarsi. La paura di volare per questa volta gli ha soltanto tolto il sonno, o forse sono stati i pensieri. Ha lasciato Tel Aviv e Myriam, più confuso di quando, una settimana fa, era arrivato dall’Irlanda. Dennis Bellini, Exhibition Planner, è ora diretto a Dublino, dove vive e lavora, ma sente di non avere alcuna precisione nel suo volo, nessuno scopo definitivo.
Sbarca nell’aeroporto di Schiphol e trova la fila EU Passports da attraversare con il suo trolley, il sacchetto del Duty-Free di Tel Aviv e il pensiero delle prossime settimane lontano da Myriam, la sua ragazza israeliana. Ha la sensazione che anche il prossimo atterraggio, tecnicamente l’ultimo nella lista della sua carta d’imbarco, non sia che un nuovo scalo, una sosta momentanea. Ignorare la vera destinazione finale una volta lo faceva sentire orgoglioso. Ora gli sembra di fluttuare senza sostanza, di smaterializzarsi poco a poco.
Osserva le facce intorno a lui, la maggioranza dei passeggeri in transito in quest’area del terminal sono europei, sono visi famigliari, di casa sua. Ma non si sente a casa, si sente piuttosto in trappola tra vetrine e pavimenti lucidati a specchio. Dublino, la sua meta finale, gli pare una punizione, una casella dove scontare un altro turno di penalità. Dalla tasca dei pantaloni estrae il suo biglietto, spiegazzato. Ha conservato anche il biglietto d’andata, Dulino-Amsterdaam e Amsterdaam-Tel Aviv. Lo osserva: per non dimenticare da dove è arrivato.
I lunghi corridoi dell’aeroporto sono circondati da negozi e locali, la vista lo annoia su ogni lato. Potrebbe già essere arrivato a Dublino, in un certo senso; qui non c’è tensione, sa perfettamente dove andare e cosa fare, tutte le insegne e le indicazioni attorno a lui sono in un alfabeto perfettamente leggibile. Non essendoci spazio per l’incognito, non gli rimane nessuno spazio d’immaginazione. Dennis cammina lentamente, si guarda intorno alla ricerca di qualcosa che colpisca la sua attenzione, che possa distrarlo da se stesso. Scruta i visi delle persone e i loro bagagli, le vetrine e i monitor con gli orari dei voli, i cartelli dei diversi gate. Si concentra sui nomi delle varie destinazioni, ma questo lato del terminal ospita solamente voli continentali. L’Europa intera è troppo vecchia, anche nella sua espansione verso l’Est.
Per ingannare il tempo in attesa della coincidenza per Dublino, siede in un piccolo cafè. In cambio di un ordine da sette euro per una fetta di torta e un caffè americano, ottiene dal cameriere la password della connessione wifi. Apre Skype e cerca il nome di Pietro, un tocco e parte la chiamata. Per un paio di volte il portatile gli restituisce un blando: impossibile connettere l’utente, e altri dettagli di un errore che chiude senza leggere. Dennis insiste: il nome di Pietro appare con l’icona verde che lo indica online. Al terzo tentativo riesce finalmente a prendere la linea, ma non ottiene nessuna risposta. Spazientito, prende il suo telefono e chiama Pietro sul cellulare: la voce dell’amico gli arriva metallica e disturbata.
“Sto cercando di chiamarti su Skype,” gli dice in fretta. “Perché non rispondi?”
“Sono in giardino, dammi un minuto per pulirmi le scarpe e rientrare.”
“In giardino,” esclama Dennis con un sorriso amaro, quando ha già interrotto la comunicazione. I contorni della sua invidia si sono ormai dilatati; Dennis non ha mai amato giardini, orti, o in generale la vita all’aria aperta. Dopo aver riattaccato, riceve un sms che lo avvisa di aver quasi esaurito il credito. Indispettito, ripone il cellulare nella tasca della borsa. Si sente derubato ogni volta che usa un telefono; anche quando riceve una chiamata è irritato dalla spesa del suo interlocutore. Un amico di Myriam, consulente informatico, gli ha spiegato che sostanzialmente le chiamate internazionali, e gran parte delle reti nazionali, usano la stessa tecnologia di Skype. Dennis non riesce a spiegarsi come mai i telefoni siano così costosi, quando Skype è assolutamente gratuito.
Aveva discusso con Pietro di questa cosa: l’amico gli aveva confermato di utilizzare ormai quasi esclusivamente il computer, per comunicare, da alcuni anni. Era una truffa, si erano confortati a vicenda, una tassa che i cittadini comuni dovevano pagare ai baroni delle telecomunicazioni.
Pietro si era spinto più avanti: “Siamo prigionieri di una nuova aristocrazia che ci tiene in pugno con l’ignoranza, la segretezza e il ricatto. La civiltà ci ha rammolliti. Siamo disposti a pagare a caro prezzo questa frenetica comodità.”
Dennis lo ricorda altrettanto arrabbiato, quando da giovane manifestava, protestava, distribuiva volantini, lo trascinava a patetiche riunioni dove si fumava e discuteva molto, senza concludere nulla. Dennis è sempre rimasto frustrato dalla vaghezza dei loro piani. Ma le idee di Pietro erano contagiose. L’amico gli diceva che anche lui, Dennis, era ormai consapevole. E questa consapevolezza lo avrebbe reso infelice, perché si ostinava a rimanere all’interno del sistema pur avendone compreso i meccanismi perversi e nascosti.
“Raggiunto un certo livello di conoscenza, è possibile solamente tirarsi fuori dai giochi. Oppure si è destinati a soffrire di questa contraddizione.”
Dennis si domanda se sia possibile dimenticare, rinnegare la consapevolezza. Solo per semplificare le cose. La chiamata in arrivo lo richiama alla realtà; risponde a Pietro. Osserva il muro grezzo della cucina della casa di campagna, visibile sullo schermo, alle spalle del volto dell’amico.
“Accendi la webcam,” gli dice Pietro.
“Sono in aeroporto, non c’è niente da vedere.”
“Come è andata in Israele?”
Scambiano informazioni di base, per aggiornarsi sulle rispettive situazioni: Dennis descrive il clima israeliano, la pioggia fuori dalle vetrate di Schiphol, il procedere lento della sua relazione con Myriam, gli ultimi progetti realizzati con l’agenzia. Pietro invece si dilunga nei dettagli dei lavori che sta facendo nell’orto: dopo aver passato nello studio di città tutto l’inverno, è tornato a tempo pieno nella sua casa di campagna. Tra poco inizieranno le visite di diversi amici artisti, alla ricerca di un luogo appartato dove rifugiarsi. Pietro condivide volentieri le stanze della sua casa, gli ospiti lo ripagano in lodi e spunti d’ispirazione.
Quest’anno, spiega Pietro, attende nuovi personaggi: artisti a fine carriera o eterni esordienti senza speranza, che cercano di rilanciarsi un’ultima volta sfruttando la sua fama. Dennis prova un netto senso di fastidio: lo irrita pensare che qualcuno possa tentare di avvantaggiarsi usando il nome di Pietro Cosentini. Pietro era stato uno dei primi artisti che Dennis aveva seguito, all’inizio della sua attività di pianificazione di eventi. Quando però le sculture dell’amico avevano cominciato ad attrarre offerte sempre più alte, lui aveva fatto un passo indietro. Sentiva di non avere le capacità, aveva spiegato a Pietro, per seguirlo come meritava. Per amicizia, aveva rinunciato a una buona opportunità di lanciarsi come agente. A Dennis pare che Pietro non lo abbia mai ringraziato a sufficienza per questa sua lealtà; addirittura l’amico scultore lo aveva messo in contatto con l’agenzia con cui aveva firmato, come se credesse che effettivamente Dennis avesse bisogno di una struttura organizzata, alle spalle.
Dennis aveva ottenuto un contratto con la PCK Art di Dublino, e lo stesso anno in cui Pietro aveva acquistato la casa di campagna, lui si era trasferito in Irlanda. La PCK Art aveva rapidamente smontato ogni sua ambizione di carriera come agente; era stato relegato a un ruolo di pura organizzazione. È un lavoro pagato decentemente, e Dennis continua a incolpare segretamente Pietro se ora si trova in questa posizione: il suo contatto con l’arte e con gli artisti è secondario. Dennis è quello incaricato di trovare il luogo per le mostre, trattare i costi degli affitti e degli allestimenti, rintracciare artigiani e ristoratori, sovrintendere gli allestimenti, farsi da parte quando artisti e agenti discutono di prezzi, luci, presentazioni, dimensione dei calici, prendendo silenziosamente nota delle loro richieste strampalate. Lo richiamano dal suo angolo, per chiedergli se in una sala banchetti di un palazzo del cinquecento sia possibile aprire una nuova finestra.
Racconta quest’ultimo episodio a Pietro, strappandogli una risata.
“E come sono, questi giovani artisti?” gli domanda l’amico. “Io ho sempre l’impressione che siano perennemente in ansia da prestazione, ossessionati dal desiderio malsano di ottenere l’immortalità tramite la fama e l’arte.”
“Lo siete tutti,” risponde Dennis, includendo di proposito Pietro nel mucchio.
“Oh, no, non io, non io. Ho raggiunto questo equilibrio, lo dico con umiltà, ma non ho più nessun bisogno di essere speciale.”
Dennis lo invidia anche per questo, per la noncuranza con cui finge di non apprezzare quel che ha e che gli altri vorrebbero disperatamente. Pietro gli domanda di Myriam, istintivamente avverte che sia il momento di allontanare la conversazione dall’arte e dal lavoro. Cambiato l’orizzonte del discorso, infatti Dennis ritrova immediatamente il piacere di raccontare i suoi fatti personali all’amico, ha bisogno di sfogarsi dopo le due settimane in Israele.
Lei, gli racconta, ha tutte queste piccole insistenze, queste allusioni: “Non riesce nemmeno a chiedermi lo zucchero per il caffè, senza sottintendere che vorrebbe che io mi trasferissi. Dice cose tipo: come sarebbe bello avere qualcuno con cui fare colazione ogni mattina.”
Pietro risponde a monosillabi, lo fa parlare così, con il suo silenzio paziente, senza fare commenti. Dennis dice di essere spaventato dalla prospettiva di una convivenza. Comincia a elencare minuscoli difetti, imperfezioni della vita di coppia.
Pietro lo interrompe: “A Dublino dici sempre di sentirti solo.”
Allora Dennis ammette: “Ho paura di ritrovarmi indifeso, laggiù. Cambiare lingua di nuovo, cambiare lavoro, essere nel suo paese e non nel mio.”
Pietro rimane in silenzio.
“Ho paura di dipendere da lei in tutto, di non avere nessuna protezione.”
“Forse ti farebbe bene ritrovarti indifeso?” suggerisce Pietro in tono interrogativo.
“Non posso fare questa cosa così, tanto per provare. Non sono più capace di imparare lentamente, non voglio più sbagliare.”
“Essere indifeso potrebbe aiutarti a capire quel che vuoi veramente.”
“Questo lavoro mi fa sempre più schifo, ma mi tiene al riparo da tutto il resto. Non posso perderlo.”
Di nuovo Pietro rimane in silenzio, ma questa volta Dennis dice soltanto: “Stanno chiamando il mio volo. Devo andare.”


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