04 marzo 2012

Due (continua)


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Le parole di Andrew gli ritornano in mente giovedì, quando Patrick rientra in ufficio dalla Normandia. Il principale passa la mattina chiuso in ufficio, convocando gli agenti uno ad uno. Solamente Colin esce con un sorriso, e a Dennis pare che il collega gli abbia scoccato un’occhiata carica di un particolare disprezzo. La conferma che si tratti di un periodo particolare arriva quando Patrick manda a chiamare anche Dennis: nel suo ruolo di semplice pianificatore solitamente i suoi contatti con Patrick sono minimi.
Seduto nell’ufficio di Patrick, nella comoda sedia di fronte alla scrivania del capo, Dennis si trova a rispondere a domande generiche che non sembrano avere alcun significato. Dennis parla dei progetti in corso, arriva perfino a suggerire i nomi di alcuni nuovi artisti che ha provato a contattare recentemente, in un infruttuoso tentativo di accreditarsi in agenzia come agente. Patrick non reagisce, risponde a monosillabi e incoraggia Dennis a continuare, con un vago cenno della mano. A tratti scribacchia cifre sull’agenda, mordicchia il tappo della sua penna, lascia vagare lo sguardo sui pochi mobili della stanza.
A Dennis sembra quasi che Patrick si sia accorto solo oggi della sua presenza in ufficio, e voglia farsi un’idea di cosa faccia lui, per quale motivo gli venga pagato uno stipendio. Insiste sui suoi miseri contatti, cercando di spingere la conversazione al di là dei suoi compiti strettamente logistici e organizzativi, tenta di aggiungere un tocco che denoti entusiasmo e partecipazione.
Questo provoca finalmente una reazione in Patrick, ma non del segno che Dennis ha desiderato. Il capo di ordina di bloccare ogni tentativo di reclutare nuovi artisti, gli dice di limitarsi a fare il suo lavoro. Risentito, Dennis si chiude in un prolungato silenzio, mentre Patrick riprende a scrivere sull’agenda.
Poi il capo alza lo sguardo e lo congeda con un gesto. La sua voce è calma, quasi rassegnata, e sorprende Dennis quando dice: “Ti consiglio di non iniziare nuovi progetti, non ora.”
Quel che lo lascia più stupito è la scelta delle parole: “Completely still,” completamente immobile, suggerisce Patrick, come se avesse timore di qualcosa.
Trova Colin ad attenderlo alla sua scrivania. L’irlandese gli impartisce alcuni ordini bruschi: riordinare e organizzare i contatti, completare i lavori pendenti e comunque preparare una lista di tutto ciò che ha in corso, farsi affiancare da Paulo e Andrew nella creazione di un paio di cataloghi.
“Per tutto ciò che non è ordinaria amministrazione, devi passare da me o da Brian,” dice Colin.
Dennis ha la sensazione che l’agenzia sia entrata in guerra e che la gerarchia abbia preso il sopravvento sulla tradizionale efficienza. Per tutta la settimana successiva, quel bastardo di Brian arriva in ufficio in orario ogni mattina, con il passo lungo e energico del generale. Indossa una cravatta diversa ogni giorno, nota Dennis, si rade ogni mattina e non puzza più di alcol dopo l’ora di pranzo. Dietro la porta a vetri del suo minuscolo ufficio, dove solitamente amministrava i conti dell’agenzia con l’aiuto di un paio di consulenti, Brian ha preso a convocare i colleghi di Dennis per misteriose riunioni che si concludono spesso con grida e imprecazioni, e da cui gli agenti escono con una smorfia sul volto. Solo quella di Colin è una smorfia di soddisfazione.
Al termine della seconda settimana, Dennis chiama in ufficio, di venerdì mattina, dicendo di non sentirsi bene e che avrebbe lavorato da casa. Parla lentamente e a bassa voce, cercando di sembrare almeno stordito, se non malato. In ufficio, comunque, gli rimane poco da fare: ha sempre tenuto in ordine i suoi progetti e i suoi contatti, e Paulo e Andrew sono troppo impegnati per partecipare alla realizzazione dei cataloghi, che lui ha già completato da giorni e ha deciso di consegnare questa mattina. Ha deciso di prendersi qualche ora per sé, fingendo di elaborare le ultime inutili correzioni, per allontanarsi dalle tensioni dell’ufficio.
Trascorre quindi la mattinata svolgendo semplici compiti di ordinaria amministrazione, ma rapidamente il suo piano gli si ritorce contro. Nel silenzio del suo appartamento, lontano dalle frenetiche e irragionevoli richieste di Colin, si distrae; deve rifare ogni cosa più volte per raggiungere un qualche risultato, si ritrova a perdersi nei suoi piani incerti. Nel telefonino, sbircia più volte il nome di Lior, un fotografo di Tel Aviv che ha contattato durante il suo ultimo viaggio in Israele. Al fotografo si era presentato come rappresentante della PCK Art in Medio Oriente, promuovendosi autonomamente da semplice organizzatore di eventi ad agente.
Aveva addirittura presentato a Lior una bozza di contratto: nell’euforia del momento gli era sembrata un’ottima idea, che avrebbe convinto anche Patrick a promuoverlo sul serio, e magari ad affidargli realmente il mercato israeliano, che al momento l’agenzia non copriva. Il suo trasferimento a Tel Aviv avrebbe reso Myriam davvero felice, e tranquillizzato lui, altrimenti sconcertato all’idea di cambiare paese e rinunciare al suo lavoro attuale. Myriam respingeva sempre le sue cautele: lui le appariva scontento del suo ruolo, e lo incoraggiava ogni volta ad affidarsi a lei, abbandonando Dublino e la PCK Art per raggiungerla a Tel Aviv. Questi vaghi incitamenti non avevano però placato i timori di Dennis. Allo stesso tempo, riflette Dennis, i suoi recenti progetti erano risultati davvero scadenti. L’agenzia gli aveva rifilato dei contatti miseri, il budget per i suoi eventi si era ristretto progressivamente nel corso degli ultimi due anni, ma soprattutto lui per primo aveva perso entusiasmo. Oziosamente si domanda se questa recente mancanza di interesse per il lavoro non fosse altro che un tentativo di mascherare una sua incapacità, di cui ha cominciato a sospettare.
Laureato in Filosofia dell’estetica, Dennis si è ritrovato a svolgere questo lavoro strettamente tecnico, che lo mette in con-tatto con gli aspetti più pragmatici e meno poetici dell’arte: prenotazione e organizzazione di spazi, trattative estenuanti con enti pubblici e amministrazioni comunali, logistica, trasporti, alloggi. Degli artisti, conosce i difetti e i capricci e solo raramente arriva ad apprezzarne e riconoscerne il talento. La sua carriera era iniziata, in maniera approssimativa e amatoriale, il suo unico vero successo era stato come agente dell’amico Pietro; quando la fama di Cosentini però era diventata ingombrante, si era fatto da parte ed era tornato a dedicarsi alla semplice pianificazione di eventi e mostre. Quel ruolo, che aveva sperato essere l’anticamera di una vera e propria carriera d’agente, si era rivelato invece la sua unica vocazione.
A bloccarlo nei suoi timidi tentativi di progredire, comunque, non erano solamente i comparti stagni in cui la PCK Art era organizzata, ma piuttosto il suo stesso scetticismo.
Patrick stesso a volte si rivolgeva a Dennis per qualche consulto: Dennis sapeva riconoscere l’onesto talento di chi produce valida arte da commercio. Lui stesso si vede così: capace nel riconoscere la qualità del lavoro altrui, nel correggerne l’ispirazione, nel regolarne le intuizioni, impacchettandole loro creazioni nel giusto contesto e mettendole in una luce favorevole per la vendita. Questo suo profilo lo renderebbe un agente affidabile, ma gli artisti disprezzano quelli come Dennis; ne disprezzano lo spirito pragmatico, la propensione per un successo moderato e redditizio a scapito dell’illusione di una gloria immortale. Patrick sapeva anche questo, e aveva mantenuto Dennis nel suo ruolo originario di pianificatore.
Dove Pietro vedeva nell’amico una sorta di timore, di timida prudenza, Dennis preferiva pensare a stesso come ragionevolmente disilluso: inutile tentare qualcosa di nuovo, nell’arte, perché tutto è stato già detto e tutto è stato già fatto. L’occhio spietato di Dennis trovava difetti in ogni opera, e riconoscendone difetti e limiti sapeva collocarle correttamente nelle mostre o nei cataloghi, sfruttandone al massimo il potenziale. Pensa: “È meglio comunque che mettersi in giacca e cravatta per andare in ufficio.”
Questa mattina, però, Dennis in questo autoritratto non prova compiacimento. Nella sua mania di ordine, ha incolonnato pregi e difetti con brevi descrizioni, su un foglio di carta; la stessa lista che un tempo gli procurava un sorriso sarcastico, oggi lo affligge con un fastidioso senso di noia e insoddisfazione.
Si trova a pensare nuovamente al suo breve colloquio con Lior, all’entusiasmo con cui il fotografo israeliano lo aveva contagiato. Con l’entusiasmo sarebbero ritornati anche i risultati. Quando le cose andavano bene, i dubbi non si facevano così incalzanti.


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