12 marzo 2012

Due (parte finale)

Questa è la parte finale del secondo capitolo del mio nuovo romanzo: "Io sono quello che se ne va".
Leggete, commentate, fatemi sapere!




Dopo aver mangiato un’insalata incolore e mesti bastoncini di pesce al forno per pranzo, Dennis valuta se concedersi una passeggiata e un caffè fuori, per scacciare i pensieri più cupi. Le riflessioni della mattinata lo hanno condotto a tristi conclusioni: gli sembra di non aver più molto da chiedere a questo mercato e a questo lavoro. Una camminata all’aria aperta dovrebbe aiutarlo a levarsi di dosso il senso di impotenza, per fare spazio al nuovo entusiasmo che si è ripromesso di coltivare. Ha voglia di parlare con Frédéric: il collega saprebbe certo come risollevarlo e rimetterlo in carreggiata. Frédéric sarebbe dovuto rientrare a Dublino questa mattina, Dennis gli ha lasciato un paio di messaggi in segreteria  ma il francese non l’ha ancora richiamato.
Nell’appartamento silenzioso, dopo una settimana rumorosa di traffico, ufficio e serate passate fuori a tentare di distrarsi, pensa con desiderio a tutto quello che non ha a portata di mano: la compagnia di un amico, la presenza di Myriam, un piano preciso, un posto dove andare e un posto dove stare. Si sente prudere le gambe e le braccia di impazienza, getta occhiate bellicose fuori dalla finestra, infuriato con la pioggia e con Frédéric, dannato francese, che ancora non risponde alle sue telefonate. Si veste e si prepara ad uscire. Scende in strada e apre l’ombrello per ripararsi dalle gocce leggere, che cadono in diagonale; si stringe nella giacca pesante perché si è alzato un vento freddo. Nonostante le vie interne siano più riparate, non vuole camminare schiacciato in mezzo ai palazzi, sul marciapiede stretto e sconnesso, quindi si dirige verso il fiume. Attraversa la strada trafficata, e si avvia lungo il fiume Liffey, verso il centro città.
Si trova davanti al Millenium Bridge di Calatrava, piccolo a confronto del nome che porta; più in lontananza un palazzo con l’insegna dell’Heineken, all’angolo con Temple Bar. Attraversa il fiume sul Millenium Bridge, degnando solo di una breve occhiata le lastre trasparenti e gli archi bianchi. Nessuno a Dublino ama questo ponte ad eccezione dei turisti. Getta uno sguardo all’acqua scura che scorre sotto, è di un colore a metà tra il grigio del cielo e il marrone del fango.
Sull’altro lato del fiume, prima di arrivare all’ingresso del quartiere di Temple Bar, si ferma in una caffetteria italiana. Entra dalla porta a vetri, ordina un caffè espresso alla barista dai capelli neri. La donna ha i tratti tipici dell’est Europa, un accento pesante, e non si fa scrupolo nel mostrarsi di cattivo umore. Il locale è vuoto ad eccezione di lui. Il caffè gli venne servito in una tazzina di plastica, non è molto caldo, né buono; lo paga un euro e cinquanta.
Sfoglia una rivista trovata su un tavolino, poi la barista gli consegna il resto, lui lo infila in tasca, e rimane appoggiato al bancone a guardare le fotografie stampate a colori brillanti sulle pagine patinate: donne, automobili, architettura, arredo d’interni, cucina. Questo è un gesto che ha ereditato da suo padre: ricorda che quando girava con lui per la città e qualcosa lo metteva di cattivo umore, il padre lo portava in una caffetteria, ordinava un caffè espresso per sé e prendeva un cioccolatino per lui. Mentre lui succhiava il cioccolatino, il padre beveva e sfogliava i giornali. Gli faceva stupide battute ridendo delle fotografie. Dennis è troppo cresciuto per accontentarsi di cioccolatini, beve il caffè e non capisce cosa ci trovasse suo padre da ridere, in quelle fotografie. Vorrebbe averne ereditato anche il buon umore, poi si domanda se quelle risate non fossero forse artificiali, fabbricate ad arte solo per infondergli un po’ di allegria. A distanza di anni, più dello sforzo in sé, apprezza il fatto che suo padre sia stato così convincente da far sembrare quei sorrisi e quelle risate del tutto naturali. Si sorprende con la rivista in mano, un sorriso sulla faccia che si trasforma in una risata quando la donna dietro al bancone lo osserva senza nascondere la sua diffidenza.
“Sono solo bei ricordi,” le dice picchiettando l’indice sulla pagina. Lei non capisce e lui sente la mancanza di qualcuno con cui parlare, qualcuno a cui spiegare tutto quanto.
Lo sguardo vacuo della barista gli restituisce il cattivo umore: ora la rivista con la sua sequenza di fotografie pare fatta apposta per mettere in risalto le sue mancanze, le sue imperfezioni. Nella felicità da catalogo, lui non ha ancora trovato la sua pagina. Esce dalla caffetteria e riprende la camminata lungo il Liffey. Su questo lato del fiume, il marciapiede è più stretto e le auto gli sfrecciava accanto, ma ormai è giunto in prossimità di Temple Bar. Svolta in una strada laterale, abbandona la vista panoramica del fiume e lascia che i palazzi gli stringano la visuale a un orizzonte di pochi metri. Il quartiere è tranquillo, è ancora presto e i locali sono praticamente vuoti. La stagione turistica non inizierà se non a maggio, giugno, e allora i pub saranno pieni anche all’ora di pranzo.
Per la strada, si coglie un miscuglio di lingue diverse: sono le lingue degli immigrati e non dei turisti. Dublino è popolata da immigrati europei, l’economia nazionale si regge ancora sulle industrie americane che hanno investito sull’isola a causa del regime fiscale facilitato, le infrastrutture sono state finanziate dalla EU, prestiti a fondo perduto. La crisi ha azzoppato alla fine anche la Celtic Tiger, come la chiamavano qui, la Tigre Celtica che ha portato benessere e ha arricchito il paese all’improvviso, negli anni novanta. Ma il flusso degli immigrati da tutta Europa continua ancora.
A Dennis gli immigrati europei risultano indisponenti, per motivi differenti, catalogabili a seconda della nazionalità: italiani e spagnoli erano troppo chiassosi, i tedeschi pedanti e enfatici, gli inglesi erano spocchiosi e i francesi troppo riservati, così silenziosi da apparire stupidi, e così via. Gli sembra che emigrare non faccia altro che estremizzare nella gente i tratti caricaturali delle diverse nazionalità. Alla faccia della società multiculturale. Abbandona in fretta il quartiere di Temple Bar, deve tornare verso casa e collegarsi alla posta elettronica, dare l’impressione a quelli in ufficio che stia ancora lavorando.
Rientrando, riesce a mettere a fuoco un nuovo motivo per la sua crescente irritazione nei confronti di Dublino, oltre alla mancanza di sole: il centro città manca completamente di alberi, di verde. Capitale della cosiddetta isola di smeraldo, i cui sobborghi sono un’alternanza di villette con giardino e campi orgogliosamente incolti, Dublino città è una colata di cemento su cui hanno costruito case e palazzi dimenticandosi di lasciare qua e là un pezzetto di verde, con l’eccezione dell’enorme Phoenix Park. La successione ininterrotta di strade e costruzioni e marciapiedi gli fa mancare il fiato.
Quando entra nel suo appartamento, controlla la posta elettronica e scrive un paio di messaggi veloci, con la giacca ancora sulle spalle. Si accorge di aver sudato per la veloce camminata e gli viene voglia di una doccia rapida. Si spoglia e si getta sotto l’acqua calda.
Ha appena terminato di sciacquarsi quando sente suonare con insistenza alla porta. Rimane nella doccia, con il rubinetto chiuso, poi ode il campanello squillare di nuovo. In fretta si infila l’accappatoio, esce dal bagno. Chiude la porta con la catenella di sicurezza anche se non è sua abitudine, prima di aprire e sbirciare sul pianerottolo. Si sente vulnerabile, nudo e gocciolante sotto l’accappatoio. Sulla soglia c’è un ragazzo giovane, con i capelli pettinati con cura in ciuffi dritti e spigolosi. Il ragazzo indossa la divisa colorata di un corriere e un paio di scarpe dall’apparenza costosa.
“Un pacco,” dice. “Pagamento in contrassegno.”
“Come?”
Il ragazzo sbircia il raccoglitore che tiene in mano: “Dennis?” domanda, chiamandolo solo per nome.
“Sì.”
“Ho un pacco giù di sotto nel furgone. Devi pagare prima di poterlo ritirare.”
Di fronte all’immobilità di Dennis, il giovane sospira e gli porge il suo foglio, attraverso la porta semichiusa. È una lettera di accompagnamento, su cui sono stampati nome e indirizzo di Dennis. Alla lettera è allegata la fotocopia dell’originale compilata al momento della spedizione; Dennis riconosce la scrittura di Pietro.
Nello spazio per le note il suo amico ha scritto in stampatello: “Importante, paga e ritira il pacco.”
“Quant’è? Quanto devo pagare?”
Il ragazzo indica una cifra sul foglio, centosessanta euro. “It’s a fucking heavy box,” aggiunge, e suona più come un rimprovero che come una constatazione; è una scatola pesante.
Dennis chiede al ragazzo di attendere, chiude la porta e toglie la catenella, apre di nuovo. Fa segno al giovane di entrare e va a cercare i soldi in camera da letto. Nel portafogli ha soltanto una quarantina di euro e nel cassetto del comodino trova una solitaria banconota da cinquanta. Prende la carta di credito e torna verso l’ingresso, trovando il ragazzo ancora in piedi nel corridoio.
“Carta di credito?” domanda.
Il giovane estrae dalla tasca posteriore dei calzoni un piccolo lettore grigio e glielo porge per il pagamento. Dopo aver verificato la transazione, gli fa firmare la lettera di accompagnamento in un paio di punti, e la ricevuta della carta di credito.
Dice: “Ti lascio il pacco è di sotto, nell’ingresso.”
“Non potresti portarmelo di sopra?” Dennis indica l’accappatoio che indossa e le chiazze di bagnato che ha lasciato sulla moquette.
“No,” risponde il giovane, con noncuranza. “Ti lascio il pacco nell’ingresso.”
Ripone il lettore nella tasca posteriore dei pantaloni e dopo aver controllato di nuovo di avere tutte le firme nei suoi moduli, si allontana.
Sulle scale, si volta verso Dennis che è ancora fermo sulla soglia di casa.
Have a good day. Sir.” Buona giornata. Signore.
Dennis rientra in casa e si asciuga in fretta. Si sfrega i capelli furiosamente con un asciugamani e poi corre in camera per vestirsi. Lascia la porta dell’appartamento spalancata, come se in questo modo possa assicurarsi che nessuno gli sottragga il costoso pacco. Infila un paio di boxer, pantaloni e un maglione senza null’altro sotto. Convinto di accelerare i tempi, cerca di infilare le scarpe da ginnastica senza mettere prima le calze. I piedi sono ancora umidi e non scivolano, si bloccano sulla suoletta interna e alla fine Dennis si alza e pesta sul pavimento finché non riesce a far entrare il tallone con un grugnito di rabbia.
Ad alta voce dice: “Chiavi e cellulare.”
Si mette tutto in tasca, e mentre fa le scale si domanda come mai avesse preso il telefono, sta semplicemente scendendo nell’ingresso del palazzo. Trova il suo pacco sotto le cassette delle lettere: un cartone cubico di oltre un metro per lato, con il logo sbiadito di una ditta di fertilizzanti organici. Dennis lo solleva di slancio per portarlo in casa e il gesto si blocca a metà: il cartone è molto pesante. Lo appoggia di nuovo in terra. Lo spinge verso l’ascensore, lasciando una scia sulla moquette al suo passaggio. Deve sollevare appena il pacco, per farlo entrare nell’ascensore. Mentre sale al suo piano, gratta con le unghie e con impazienza il nastro adesivo che chiude la scatola. Spinge di nuovo il pacco, fin dentro casa, e si chiude la porta alle spalle con un calcio, continua a spingere finché non giunge in salotto. Il pacco è chiuso con il nastro adesivo della ditta di spedizioni e deve usare un coltello per aprirlo. Dentro, trova una gran quantità di polistirolo, e una cosa in pietra, avvolta in quello che sembra un ritaglio di materassino da yoga. Toglie il polistirolo, infila le mani nel pacco ed estrae una scultura.
L’appoggia sul tavolino di fronte al divano, la osserva. Si tratta di una scimmia, tozza e robusta, accucciata sulle zampe posteriori, con una grossa testa e uno sguardo aggressivo. Una delle zampe anteriori è sollevata e le dita sono chiuse, come per sostenere qualcosa. Torna a frugare nel pacco e sotto altro polistirolo trova due sacchetti di plastica e un foglio. Il primo sacchetto contiene dei piccoli sassolini, colorati di rosso e nero; il secondo un aggeggio di metallo. Apre questo sacchetto e ne estrae una bilancia con due piatti semisferici. La bilancia termina con un gancio, e Dennis l’appende alla zampa della scimmia. Apre infine anche l’altro sacchetto, immerge la mano tra i sassi, li fa scorrere tra le dita e risuonare. Prende alcuni dei sassolini e li appoggia sui piatti della bilancia, facendola pendere da una parte e dall’altra.
Finalmente apre la lettera di Pietro. Il suo amico si è limitato a un mezzo foglio in cui spiega come utilizzare la bilancia e i sassi colorati.
Posare una pietra nei piatti ogni sera: una rossa da un lato per una buona giornata, una nera dall’altro per una cattiva.
Pietro scrive: “Sei tu che fai di una giornata una giornata buona o cattiva. Rosso e nero non riguardano quel che ti succede, ma quello che fai accadere.”
Spiega che ha preparato in fretta il pacco, dopo avergli parlato l’ultima volta. È da un po’ che lavora a questa scultura per lui, e lo ha sentito più confuso e perduto del solito, quindi ha deciso di spedirgli tutto immediatamente. Avrebbero discusso dell’importanza del rituale in un’altra occasione.
Pietro non ha aggiunto altro nella lettera, non si dilunga in altre spiegazioni o esortazioni. “Fai attenzione,” conclude, “Non esistono giornate che non siano rosse o nere.”
Pietro ha sostituito i termini buona e cattiva giornata con i colori, e già Dennis si trova a pensare in quei termini.
“Se non sai dire di che colore è stata la tua giornata, probabilmente è nera,” è scritto nella lettera.
Dennis svuota i piatti della bilancia dai sassolini che vi aveva deposto a caso, li osserva tornare in equilibrio. Rimane seduto sul divano a fissare la scimmia, finché non si accontenta della più semplice rivelazione: quella bilancia vuota è un inizio. Non importa quello che è accaduto, ora ha di fronte due piatti vuoti.
Immediatamente prende un sassolino rosso, per sé e per Pietro, che lo aveva pensato da millecinquecento chilometri di distanza e gli ha spedito una scimmia di pietra.

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