03 marzo 2012

Due (Parte Prima: Dublino, Marzo)

Estratto da "Io sono quello che se ne va".
Questo è il secondo capitolo (diviso in tre parti per alleggerire la lettura qui sul blog).
Il primo capitolo si trova qui.


Parte Prima: Dublino, Marzo


Due



Dennis si alza di cattivo umore: la sera prima è rimasto sveglio fino a tardi cercando un senso tra internet, libri, cellulare e birre. Nonostante questo, il lunedì mattina si rivela più semplice di quanto si fosse aspettato: la doccia sembra scacciare la stanchezza, e giunto in ufficio trova un’atmosfera rilassata, e diverse scrivanie vuote. Molti dei suoi colleghi sono in viaggio per lavoro, e Patrick, il titolare, si trova ancora in Francia. Gli dicono che è partito nel fine settimana, e che non tornerà ancora per qualche giorno. È in compagnia di Frédéric, spiegano, e il suo collega e amico francese sarebbe rimasto in Normandia per tutta la settimana, forse anche quella successiva. Questo spiega perché Frédéric non avesse risposto al cellulare né al telefono di casa, per tutto il fine settimana.
Dennis comincia a riorganizzare i suoi lavori, prende contatto con gli artisti di Milano e ottiene finalmente risposte precise in merito agli allestimenti, poi si dedica con Colin e Andrew a perfezionare i dettagli di una mostra di pittura e scultura, che avrebbero trasferito da Dublino a Londra, poi a Berlino. Dennis riesce a scovare un corriere che accetta di trasportare tutte le opere a un prezzo irrisorio fino a Londra, poiché ha alcuni automezzi a noleggio da restituire nella capitale inglese. Questo si traduce in un risparmio sostanzioso per l’agenzia, e gli guadagna una battuta da parte di Colin: “A forza di stare in mezzo agli ebrei, cominci a cavartela con gli affari.”
Urlata a pranzo, con una birra in mano, la battuta umilia più Colin stesso, per la sua grezza ignoranza, che Dennis. Lui non gli presta troppa attenzione: il suo collega irlandese è conosciuto in ufficio per la sua assoluta mancanza di tatto. Colin è bruno, grosso e muscoloso, coperto di lividi e costantemente dolorante in seguito all’ultima partita di rugby o calcio gaelico che ha giocato nel fine settimana. Si mangia le parole, ha un pesante accento dublinese e ricorda a Dennis la caricatura del giovane irlandese rozzo e ignorante che si vede nelle commedie o negli spettacoli dei comici locali. In realtà, Dennis lo sa bene, Colin può essere scaltro e furbo; ha una mente matematica e una malsana passione per il gioco d’azzardo, a cui vince spesso. Si impone, quando non di prepotenza, con il suo apparire grezzo e stupido: gli altri lo assecondano con l’illusione di poterlo facilmente manovrare o fregare, per poi trovarsi scavalcati, ingannati, umiliati.

È stato solamente il lunedì sera, dopo aver riportato la battuta a Myriam mentre chiacchierano al telefono, che Dennis sente una punta d’indignazione. Ha ripetuto la battuta per dimostrare la grettezza di Colin. Myriam invece ha ribaltato lo stesso episodio come esempio dalla doppia valenza: per provare a Dennis ancora una volta che l’antisemitismo serpeggia in Europa, e per mostrargli come il collega si fosse di nuovo protetto dietro il facile scudo dell’ignoranza per offenderlo. Alla fine delle telefonata, dopo aver ripetuto a Myriam i dettagli dell’episodio, Dennis è ormai risoluto: affronterà Colin e gli farà rimangiare l’insulto. Anche dopo aver riagganciato il telefono ed essersi steso a letto, non riesce a prendere sonno; nella mente si accavallano il tono di voce di Colin nel pronunciare la battuta, la sua risata sboccata, il gesto del boccale di birra sbattuto sul tavolo nel peggiore degli stereotipi.
Si ritrova indeciso nel tentare di definire cosa l’abbia offeso di più: se la sostanza dell’insulto o l’atteggiamento da caricatura del collega. Mentre si rigira tra le lenzuola, propende per quest’ultimo; come se il ridicolo potesse averlo contagiato nel suo ruolo di vittima. “Siamo banali quanto la cosa più stupida che ci accada,” pensa.
Il meglio che riesce a fare, il giorno successivo, è passare la mattinata girando alla larga dalla scrivania di Colin. La carica di aggressività della sera precedente lo anima ancora, ma non riesce a trovare uno sbocco plausibile. Tenta mentalmente diversi approcci al collega, ma tutti gli paiono puerili, sterili e ridicoli quanto l’offesa del giorno prima. Quindi si tiene a distanza: ogni volta che ha una domanda, qualcosa da controllare o da confermare, si rivolge a Andrew, l’inglese. Un paio di volte il collega tenta di farlo desistere dall’interromperlo così spesso, e cerca di dirigerlo verso Colin, ufficialmente responsabile del progetto. Dennis ignora i timidi suggerimenti che Andrew gli mormora poco convinto, raddrizzandosi gli occhiali dalla montatura sottile e sistemando nervosamente le maniche della giacca.
Andrew è l’unico, assieme a Brian, il fratello di Patrick, a essere in ufficio in giacca e cravatta. Dennis trova questa abitudine irritante in Brian, una semplice e grezza manifestazione di potere; un potere peraltro ottenuto sfruttando un legame di sangue e non reali capacità. Andrew invece, con la sua voce bassa, gli occhiali rotondi e i completi eleganti, gli ha sempre suscitato simpatia. Mostra un’essenza vulnerabile, simile alla sua.
Quando l’inglese gli chiede di far verificare e correggere a Colin il comunicato stampa che Dennis ha preparato, questi lo prende per il gomito e lo conduce nel cucinotto, con la scusa di un caffè. Andrew non beve caffè, rimane a osservare mentre Dennis prepara la sua tazza, e rifiuta cortesemente quando lui si offre di preparargli un tè.
Dennis ride: “That’s funny. Me offering to make a tea for you... An Italian offering a tea to a British!” Questa è divertente, un italiano che si offre di preparare un tè a un inglese.
“Sarebbe come se tu ti offrissi di prepararmi una moka,” aggiunge, didascalico, senza riuscire a strappare un sorriso a Andrew.
“Non ho voglia di tè.”
“D’accordo, lascia stare.”
“Se mi andasse un tè, non avrei nulla in contrario che tu ti offrissi di prepararmelo.”
“Benissimo,” annuisce Dennis. “Ora, per quanto riguarda Colin. La battuta di ieri, sugli ebrei.”
Andrew lo fissa con aria interrogativa.
“Quella sugli ebrei, sugli affari. Sul mio stare in mezzo agli ebrei. Come se si trattasse di un branco,” continua Dennis, ottenendo perlomeno un cenno affermativo. “Ti sarebbe possibile fare, come dire, da intermediario?” Dennis appoggia la tazza di caffè per gesticolare liberamente. “Non me la sento di lavorare con lui su questa cosa.”
“Vuoi dire che non lavorerai più con Colin?”
“No, voglio far passare qualche giorno. Finché non mi sarò calmato.” Andrew gli pare decisamente poco coinvolto. Nel tentativo di renderlo partecipe del suo sdegno, Dennis gli chiede: “A te non è sembrata una battuta fuori luogo?”
“Sì. Ma qui dentro a tutti è scappata una battuta fuori luogo ogni tanto. E Colin, lo sai com’è fatto...”
“Lo so.”
“Non darci peso.”
“Impossibile non darci peso. La mia ragazza è ebrea, Andrew.” Andrew si mostra sorpreso. Dennis dice: “Stiamo insieme da più di due anni, Andrew. Per questo vado in Israele così spesso. Cosa credevi, che andassi in pellegrinaggio?”
“Non dovresti darci peso comunque. Le battute di Colin... lui è fatto così.”
“Bene, e allora io sono fatto in una maniera che mi impedisce, adesso, di andare di là e di lavorare con lui. Se vuoi che il comunicato stampa venga corretto, Andrew, dovrai portarglielo tu.” Si rende conto di aver alzato la voce, e usato un tono più aggressivo del dovuto.
Andrew lo guarda con un’espressione incredula sul volto: “Come vuoi, Dennis, come vuoi tu.”
Dennis prende in mano la tazza di caffè come un trofeo: “È precisamente quello che voglio.”
“Fossi in te,” dice Andrew lasciando il cucinotto, “Cercherei di non litigare con Colin.”
“Esattamente. Questo m’impedirà di avere con lui qualsiasi discussione.”
“Perlomeno, non in questo periodo,” aggiunge il collega, scrollando le spalle con l’indifferenza di chi sa che il suo suggerimento non verrà tenuto da conto.


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