30 marzo 2013

Esercizio numero 1: un litigio

Elisa, sua sorella, siede al tavolo della cucina, dopo aver finito di lavare i piatti. Martino la raggiunge dopo aver rassettato in sala: ha sistemato i delicati soprammobili con cui i giovani cugini hanno giocato sul tappeto, scopato sotto al tavolo ripulendo dalle briciole del pasto, ha riordinato la posizione di seggiole e poltrone. Ha anche raddrizzato uno dei quadri appesi sopra il mobile dello stereo; il dipinto ritrae padre e figlio di fronte al mare, su un molo.
- Tu non hai mai portato rispetto, a nostro padre, - lo accusa lei.
- Non puoi dire questo, non tu.
- Certo, dimenticavo. Io non ho il diritto di dire più nulla.
Martino sbuffa, sposta con le mani il cesto della frutta posizionandolo esattamente al centro del tavolo, tra lui e la sorella.
La bocca di Elisa è piegata dall'amarezza.
- Qualsiasi cosa io abbia fatto, non significa che non possa vedere quel che è successo oggi.
- Tu non puoi capire. Vedi, ma non capisci.
- E come mai non posso capire?
- Non vivi con lui. Non devi sopportarlo ogni giorno.
- E tu perché non te ne vai?



Il sorriso di Martino la offende più della sua risposta: - Io non me ne vado, perché qualcuno deve prendersi cura di lui. Questo è il mio rispetto.
- Forse papà preferirebbe una badante. Una che non lo insulti di fronte a tutta la famiglia.
- Un insulto, certo. Se quel che ho detto è diventato un insulto, è solo dopo che tu hai deciso di fare la tua scenata.
- Vuoi che me ne stia zitta, mentre tu maltratti papà a quel modo?
- Quante volte sei venuta a trovarlo, nelle ultime settimane?
Martino incalza, senza darle modo di rispondere.
- Te lo dico io. Sei venuta due volte, in tre settimane. Non mi sembra che tu sia poi così preoccupata.
- Il pranzo con la famiglia è una cosa diversa.
- Vuoi dire che posso insultarlo in privato, quando nessuno lo vede? Ma non posso insultarlo di fronte alla famiglia?
- Certo, adesso comincia pure con le tue acrobazie dialettiche. Tu non lo rispetti, e non lo hai mai rispettato. Ricordo bene come gli rispondevi, ai tempi dell'università. La sufficienza con cui lo hai trattato alla festa di laurea. La faccia mesta con cui sei tornato qui a casa, dopo il divorzio.
Martina si alza in piedi, incapace di contenere la rabbia.
- Lui ti ha accolto, sei suo ospite, qui in casa sua. Devi portargli rispetto.
- Quando sono tornato a casa dopo il divorzio, questo posto era un porcile. Tu e mamma siete sempre state molto brave a dire agli altri cosa fare, ma quanto a sporcarvi le mani con un vero e proprio lavoro...
- Non osare! Il mio è un lavoro faticoso come quello di chiunque altro.
- Quando papà lavorava in fabbrica, le energie per tutto il volontariato che fai tu, non le aveva. Quello era un vero lavoro. Quando io finisco in ufficio, faccio la spesa per me e per lui, pulisco questa casa, cucino per lui, faccio in modo che prenda le sue medicine, lo porto dal dottore quando è necessario. A me di tempo per il volontariato non ne rimane.
- Tipico di uno come te, recriminare per il tempo che dedico ad altri. Per quelli come te esiste solo la famiglia.
- Per quelli come me, viene prima la famiglia.
- Ne avevi una, di famiglie. Vedi bene com'è andata a finire.
Martina apre la bocca ma la risposta le muore in gola. Dal corridoio della zona notte viene un rumore distinto di passi. La porta del soggiorno si apre e i passi delle ciabatte di plastica si avvicinano.
- Ciao papà. Hai riposato bene?
Il vecchio annuisce, si avvicina al lavandino vuoto ispezionando l'opera dei figli, torna verso la sala e si guarda intorno.
- Allora sono andati tutti?
- Sì, papà, - risponde Martina. - Ti salutano.
Il padre annuisce. Torna in cucina e di nuovo osserva l'ordine nella stanza, sorride.
- Non dovevi disturbarti, Elisa. Potevo riordinare io, più tardi, con l'aiuto di Martino.
- Non è un disturbo, papà.
Martino si è alzato, fissa lo sguardo fuori dalla finestra. Elisa si domanda cosa possa vedere, con la sagoma del grosso palazzo che sorge giusto di fronte.
- Non avrei voluto lasciare la tavola così presto, - dice il padre.
- Martino era preoccupato. Sembravi affaticato, ha detto.
- Stavo benissimo, - la voce del vecchio è un sussurro, ora.
- Papà, - sbotta Martino: - Eri esausto, hai fatto cadere le posate tre volte e rovesciato un bicchiere.
- Dai, Martino, non importa, - interviene Elisa.
- Ti sei addormentato non appena ti sei steso sul letto.
- Su questo hai ragione, - risponde il vecchio. Si siede dove aveva seduto Martino, poi alza lo sguardo sul figlio, che ancora resta in piedi di fronte alla finestra.
- Lo faccio faticare, - dice, indicando a Elisa la figura del fratello.
- Ma no.
- Non preoccuparti, papà, - dice Martino, continuando a volgere le spalle alla stanza. - Tu hai fatto tanto, per me.
- Stavate litigando? - chiede il vecchio dopo qualche istante di silenzio.
- No, non preoccuparti, - dice Elisa.
Martino sospira, dalla sua posizione di fronte alla finestra.
- Stavate litigando per colpa mia?
- No, papà, lascia stare. - La voce di Martino è una cantilena, la stessa che Elisa gli sentiva usare con suo figlio di quattro anni.
Un brivido di fastidio la scuote, si alza in piedi.
- Si sta facendo tardi, sarà meglio che io vada.
- Non dovete litigare a causa mia, - dice il padre.
- Non preoccuparti, papà, - dice Martino, accondiscendente. Si è avvicinato alla sedia del padre e gli ha appoggiato una mano sulla spalle. - Vieni, accompagniamo Elisa alla porta.
Elisa ha già infilato il cappotto e lo sta abbottonando con cura. Di bottone dopo bottone cammina verso la porta, seguita dalle ciabatte del vecchio.
- Non dovete litigare a causa mia, - dice di nuovo il padre. Ora la voce è tesa, il viso del vecchio è teso in uno spasmo.
- Stavamo litigando tra di noi, - dice Martino. - Ma non a causa tua.
Elisa si volta verso il fratello, furiosa, ma è il padre ad intercettare i suoi occhi. L'espressione del suo viso si confonde, mentre il vecchio le si avvicina.
- Non volevo che Martino ti mancasse di rispetto, papà, - dice, esitante.
Il volto del vecchio, prima afflitto e rugoso, ha perso ogni vulnerabilità. Il tremito è svanito, sostituito da una lentezza minacciosa.
- Farsi i cazzi propri, è un segno di rispetto, - le dice il padre, prima di voltarsi e tornare in camera, trascinando le ciabatte.

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